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Parte la caccia al voto in una Italia divisa tra chi corre e chi no

Fuori dal periodo dello “zero virgola”, ora la crescita è salda Ma Pil e salari restano lontani dal 2008 e il lavoro è precario

I conti, a guardare solo quel povero indicatore che è il Pil, sono presto fatti: quando brinderemo a Capodanno avremo prodotto, come collettività, l’1,5% in più dell’anno scorso. Dopo mesi di balletti tra ottimisti e pessimisti – alternati: molti diventarono iper-pessimisti sulle previsioni economiche a fine 2016, dopo il fallimento del referendum Renzi, ma poi dovettero ricredersi – adesso il risultato è acquisito. Non siamo al miracolo economico, ma siamo definitivamente fuori dalla fase della crescita asfittica dello “zero virgola qualcosa”. Ma cosa vuol dire, per la nostra vita quotidiana? Perché, se i numeri volgono al segno “più”, non ci affacciamo appagati e speranzosi al prossimo anno e alle prossime urne?

Padoan e Gentiloni rivendicano i buoni risultati, e fanno il loro mestiere. Ma occorre guardare a vari indicatori per dire, sia pure in sintesi, che 2017 è stato e che 2018 potrà essere. In primo luogo, è importante il confronto con i livelli pre-crisi: come lo stesso governo uscente ammette, siamo ancora lontani dal recupero completo, per la precisione mancano 6 punti di Pil rispetto al 2008.

Molto minore è lo scarto in termini di occupazione: poco più di un punto percentuale. Ma la forbice si riapre se si guarda alla disoccupazione, che è quasi 5 punti sopra il livello precedente la lunga crisi. Dunque, è vero che la ripresa ha portato a far ripartire la produzione interna e che abbiamo più lavoro, sfiorando quasi, nel numero di occupati, il livello di dieci anni fa; ma contemporaneamente aumentano anche i disoccupati, perché sempre più persone cercano lavoro: soprattutto i giovani (poco beneficiati finora dall’aumento dell’occupazione) e le donne (per effetto di una tendenza storica irreversibile, ma anche della spinta maggiore che in passato a integrare il bilancio familiare).

Non solo. Il nuovo lavoro è spesso a termine, oppure part-time, o diversamente frantumato nel tempo: al punto che l’Istat ha introdotto una nuova sigla, gli “Rb”, che sta per rapporti di lavoro di breve durata. Sono 4 milioni, con le forme più disparate via via consentite dalla legge, un esercito di stagionali non delle campagne ma di tutta l’economia.

Nonostante la spinta del governo, che ha destinato gran parte della flessibilità concessa dall’Europa – ossia del nuovo deficit – agli incentivi per stabilizzare il lavoro, precarietà e frantumazione sembrano ancora i tratti prevalenti dell’occupazione italiana. Con una novità, non di poco conto: si lavora di più, nel complesso. Ma questo lavoro non basta: non basta per tutti, e non basta per vivere bene e soddisfare necessità e bisogni di sicurezza.

Infatti, se si guarda alle retribuzioni, si vede che anche i salari pro capite sono lontani dal recupero dei livelli pre-crisi. Forse è per questo che, senza spiegare bene di cosa si parla e ben guardandosi dal dare dettagli sull’effettiva possibilità di realizzazione, varie forze politiche adesso si concentrano sugli slogan attinenti alle entrate mensili, come il reddito minimo, di cittadinanza o di dignità, da destra e da sinistra.

Il lavoro frantumato che abbiamo recuperato viene a sua volta da una ripresa frantumata e distribuita in modo ineguale tra settori e territori. Mentre nella prima fase di recupero era trainata soprattutto dall’estero, nel 2017 è stata la domanda interna a fare la parte maggiore. Vale a dire che le famiglie hanno speso di più, ma poiché non avevano guadagnato tanto di più hanno dovuto intaccare i risparmi.

Nella prima metà dell’anno il potere d’acquisto delle famiglie è sceso di 0,1 punti percentuali, mentre la loro spesa per consumi è salita di 2,6 punti e la propensione al risparmio si è ridotta di 1,5 punti. Le imprese hanno visto crescere i loro profitti e, in misura maggiore, gli investimenti, finalmente in ripresa dopo anni di crollo continuo.

Ma ci sono più Italie, in questa classifica: quella delle zone dove è concentrata l’industria che ha innovato, dopo aver chiuso e licenziato, e adesso produce ed esporta con molti meno occupati di prima; e quella che resta indietro a leccarsi le ferite.

La divisione non passa più per la tradizionale linea di frattura
Nord/Sud, ma tra mille aree e puntini. Agganciare ed espandere queste aree, senza soffocarle, è il compito più difficile per la politica che verrà, per adesso concentrata più che sui confini dei nuovi distretti produttivi su quelli dei collegi elettorali.

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