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Sassolini nelle scarpe pesanti come macigni

L’opinione

Sei ore per una relazione di sedici pagine e una lunga serie di domande e risposte: è stato uno stress test, per dirla con linguaggio bancario, quello a cui è stato sottoposto ieri il governatore della Banca d’Italia davanti alla commissione d’inchiesta sulle banche. Ma la lunga preparazione e la cura tecnica di ogni dettaglio non hanno impedito a Visco di svuotare le sue scarpe da numerosi sassolini. Così alla fine quella che, nelle intenzioni del vertice del Pd così come, da parte opposta, dei parlamentari a Cinquestelle, doveva essere una graticola per gli istituti di vigilanza che non hanno controllato bene le banche, si è rivelato un fuoco lento – ma cocente – proprio per Renzi e i suoi.

Il testo dell’audizione di Visco è molto interessante per capire il punto di vista di chi doveva vigilare sulle banche nel corso della più grave crisi economica dal dopoguerra e mentre le regole gli cambiavano sotto il naso per intervento delle autorità europee.

Ha rivendicato quello che è stato fatto, ha ammesso ritardi e malfunzionamenti, ha spiegato anche che non si possono attribuire solo alla crisi le sette crisi bancarie che abbiamo avuto, ma anche a «gestioni poco prudenti e spesso caratterizzate da pratiche illegali». Collocando in un contesto più grande le nostre piccole beghe, è utile però ricordare i numeri delle crisi degli altri, citati da Visco: finora l’impatto sulle casse pubbliche del sostegno alle banche in difficoltà è stato di 13 miliardi di euro, contro 227 miliardi in Germania, 101 nel Regno Unito, 58 in Irlanda, 52 in Spagna, 33 in Austria, 23 nei Paesi Bassi. Tutti costoro hanno aiutato le loro banche prima che cambiassero le regole del gioco.

Il paragone non deve portare però all’autoconsolazione per cui “tutto il mondo è paese”, ma a riflettere semmai sui caratteri da strapaese che ha assunto da noi il crac bancario, investendo una ristretta classe politica con radici ben chiuse in un territorio. Lo stesso investito da uno dei sette dissesti, neanche il più importante.

Banca Etruria. Con candore solo apparente, Visco ricorda che quando Renzi gliene accennò ne fu “colpito”: in quel momento le preoccupazioni del direttorio, dice, erano tutt’altre, ben più grandi, dal bubbone Montepaschi agli stress test. «Parlò degli orafi, la presi come una battuta e come tale risposi». Così come rifiutò di rispondere, sul merito, a richieste di informazioni sulle banche in difficoltà, in un incontro successivo. Erano pressioni? No, e fa male Di Maio, con la solita esagerazione di toni che è cifra della politica a Cinquestelle, a mettere in bocca a Visco parole che il governatore non ha detto. Erano reati, illeciti, inammissibili intrusioni? Neanche, e chiunque pensi che in tutti gli incontri tra potenti si rispettino i confini delle rispettive competenze pecca di ingenuità.

Ma quelle poche parole bastano per inchiodare Renzi al ruolo del piccolo politico locale che si preoccupa della sua banchetta mal gestita, e impedirgli di rovesciare il tavolo – come voleva fare – mettendo sotto accusa i controllori. Ma ancora di più pesano quelle del ministro Padoan, che il giorno prima aveva chiarito di non aver autorizzato nessun ministro a occuparsi di Banca Etruria.

Proprio mentre viene fuori l’attivismo pro-Etruria di Maria Elena Boschi, ora rivendicato ma prima negato dalla stessa sottosegretaria, attesa oggi al varco per l’audizione-clou dell’ex amministratore delegato di Unicredit Ghizzoni. Sin dall’inizio era evidente che una Commissione sulle banche insediata alla fine della legislatura non avrebbe potuto portarci a grandi risultati di sostanza; ma chi l’ha voluta – Renzi in primis – puntava a un risultato politico: liberarsi dalla maledizione bancaria, presentarsi arrembante alle urne. Missione fallita, finora, per il Pd di Renzi.

Mentre nelle stanze
della commissione ha preso corpo e fiato un altro partito, lungo l’asse moderato e tecnico che va da Padoan a Visco allo stesso Gentiloni. Che si prepara, da primo ministro, a gestire la turbolenta fase elettorale e quella ancor più agitata che seguirà.

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