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IL COMMENTO

Il calcio, le mafie e quelli che fanno finta di non vedere

Non si sa se sia peggio lo schiaffo che la commissione parlamentare Antimafia ha appena inflitto al calcio italiano o rendersi conto che gran parte  di quelle cose che deputati e senatori hanno sottoscritto all’unanimità sono da tempo sotto gli occhi di tutti. Colpevolmente ignorate da una classe  dirigente inadeguata. In realtà è lo status quo a far comodo ai più

Non si sa se sia peggio lo schiaffo che la commissione parlamentare Antimafia ha appena inflitto al calcio italiano o rendersi conto che gran parte di quelle cose che deputati e senatori hanno sottoscritto all’unanimità sono da tempo sotto gli occhi di tutti. Colpevolmente ignorate da una classe dirigente inadeguata.

Sta emergendo un quadro devastante. Gran parte delle curve sono in mano alla criminalità organizzata, ci sono bagarinaggi affidati a malavitosi e complicità consapevoli o inconsapevoli da parte dei vari attori del sistema calcio che, con certe frequentazioni, contribuiscono a rafforzare il ruolo di questi boss. Capaci poi di mettere in piedi osmosi pericolose anche con politiche estremistiche di destra. Non è un caso, dunque, che ci siano personaggi coinvolti, ad esempio, nella storiaccia degli adesivi di Anna Frank con la maglia della Roma e poco dopo nell’assalto di Forza Nuova alla sede del nostro gruppo editoriale. Insomma, ci sono “soldati” da curva che diventano anche “soldati” dell’odio neofascista.

Il nostro calcio sta dunque perdendo una partita ancor più importante dello spareggio con la Svezia. Perché non solo quel che emerge è gravissimo ma anche perché chi avrebbe dovuto fare qualcosa ha bellamente ignorato i ripetuti segnali e ha aggirato o tentato di aggirare le sanzioni contro i tifosi peggiori, diventandone complice. Non sorprende, dunque, che la commissione, dopo 28 sedute e aver sentito 37 persone influenti nel mondo del calcio, chieda di tracciare tutti i flussi finanziari e di controllare a fondo quelli delle scommesse. Oltre a inasprire i cosiddetti “Daspo”, cioè le squalifiche per i tifosi più violenti, sia in termini temporali sia in quelli di reale efficacia. Perché molti la fanno franca anche nei casi più clamorosi ed è per questo che la stessa commissione vuole che si realizzino celle negli stadi per tenere in stato di arresto fin da subito i peggiori in attesa del processo. Anche per bagarinaggio, da far diventare reato.

Tutto questo mentre ci sono ancora società (la Lazio è stata l’ultima a farlo) che in caso di chiusure per razzismo delle proprie curve vendono ai tifosi squalificati biglietti per altri settori dello stadio. O casi, come quello della Juventus, dove emerge il ruolo della ’ndrangheta come garante per il bagarinaggio e che rischia di costar caro in termini di immagine, con il presidente bianconero (che respinge ogni addebito) inibito per un anno in primo grado.

Una marmellata indigesta che purtroppo non è solo cosa recente: il controllo del flusso di scommesse è sempre stato uno degli affari prediletti delle mafie. E già negli anni Ottanta, ad esempio, era sotto gli occhi di tutti il legame fra il boss della nuova camorra organizzata Raffaele Cutolo e l’Avellino. Quando il boss finì sotto processo, un giocatore della squadra irpina si avvicinò alla gabbia per consegnare una medaglia con scritto “a don Raffaele, con stima”. Il calciatore era il brasiliano Juary, quello del giro della bandierina a ogni gol. Un collega che si mise a indagare (Luigi Necco, popolare volto di “90° minuto”) fu gambizzato e accanto alla sua auto fu trovato un pizzino con scritto “Tu vuliv’ fa ’o criticone??”.

Oggi i “criticoni” sono quasi spariti, perché molti definiscono “bolle di sapone” le inchieste aperte, nessuno ha da ridire su un calciatore arrestato per un giro di scommesse che in attesa del processo resta capitano (c’è sempre di mezzo la Lazio) e ben pochi si indignano sulle scommesse estese anche ai tornei minori, quelli più vulnerabili. Un retaggio della prima era del regno di Carlo Tavecchio, “travicello” in mano ai pupari che hanno tutto l’interesse che il calcio sia così: malmostoso e suddiviso fra correnti di interessi. Perché, bene o male, ce n’è sempre stato per tutti. Oggi però la partita dei diritti tv lascia intravedere scenari da cinghia da stringere e gli stadi sono per metà vuoti. In questo contesto di crisi sarebbe ancora più facile seguire il percorso delineato dalle istituzioni: spazzare via tutta la monnezza. Il problema è che il calcio italiano non è pronto a farlo. A oltre un mese dall’eliminazione dal Mondiale, i veti incrociati

ancora paralizzano le scelte del “dopo”, per un risanamento invocato solo a parole. In realtà è lo status quo a far comodo ai più. Purtroppo anche e soprattutto alla criminalità organizzata.

twitter: @s_tamburini

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