Quotidiani locali

Pensioni. La logica improbabile della coperta corta

L'opinione

Sabato 2 dicembre, dunque, la Cgil scende in piazza – sciopero generale – per protestare contro la decisione del governo di portare l’età pensionabile a 67 anni. Cisl e Uil, invece, non ci saranno avendo giudicato sufficienti, e comunque il massimo possibile viste le esigenze di sostenibilità finanziaria, le attenuazioni proposte dal premier al tavolo delle trattative, cioè la deroga per 14mila italiani impegnati in lavori usuranti. L’unità sindacale non c’è più (di nuovo) e ancora una volta forze della sinistra si dividono su un tema sociale ed economico. Proprio alla vigilia delle elezioni. Lo sciopero della prossima settimana, in realtà, ha una valenza più simbolica e di principio che pratica.

Siamo alla fine di una legislatura nervosa, Paolo Gentiloni – approvata la legge di stabilità – tirerà i remi in barca e non c’è più tempo per mediazioni, ritocchi, modifiche. Visto che l’unica certezza che accomuna tutti è che dopo le elezioni una maggioranza non ci sarà, il governo potrebbe restare in carica ancora a lungo, ma questa è tutta un’altra storia. Insomma, le manifestazioni del 2 non avranno alcuna incidenza sul piano sindacale e contrattuale, e si caricheranno inevitabilmente di forte valenza politica. In una sinistra già tormentata.

Del resto, questa faccenda dei rapporti con il sindacato si trascina da decenni, almeno da quando il Pd, tolta la parola “comunista” dal simbolo, ha cominciato ad avviare il suo nuovo percorso riformista. Affidiamoci alla memoria di ciò che è stato ieri per capire ciò che è oggi. Finora una rottura così netta con la Cgil non si era mai consumata, ma in almeno due storiche occasioni ci si è andati molto vicini.

Cominciamo da un caso simbolo. Nel 2007 a Palazzo Chigi c’era Romano Prodi e a Corso d’Italia Guglielmo Epifani. Nodo del contendere, un “protocollo su previdenza, lavoro e competitività”. Traduzione: pensioni, costo del lavoro, produttività, da sempre tre bestie nere del sindacato. La Cgil non voleva firmare, diceva che su incentivi allo straordinario e contratti a termine (vedete? Sempre le stesse cose) il governo era venuto meno alla parola data, e solo dopo una notte di duro scontro interno aveva deciso a maggioranza di firmare con molte riserve. Spaccatura evitata solo nella forma.

Pur di salvare capra e cavoli, si era cominciato nel 2001 a ricorrere anche ad accordi separati, in virtù dei quale firma questo o quel sindacato, una categoria, o la faccenda si sbriga nella singola impresa. La pratica era stata avviata da Sergio Cofferati, che qui però merita essere ricordato per l’epico scontro del 1997 con Massimo D’Alema, allora leader del Pds. Che in quella fase della sua vita la pensava in modo assai diverso. Dal palco del congresso, il segretario del partito accusò la Cgil di essere chiusa, di non cogliere le novità che imponevano alla sinistra di ripensare al proprio ruolo e al sindacato di rivedere tempi e modi della contrattazione. Invocava, D’Alema, mobilità e flessibilità, mettendo in guardia il sindacato dal rischio di tutelare solo chi è già garantito e di dimenticare sia i lavoratori che trattano da soli e non hanno bisogno della mediazione sindacale, sia l’esercito del lavoro nero e del precariato. Scuola Tony Blair, voleva rottamare il sindacato, pareva – ci passi la battuta – un Renzi d’antan... Cofferati andò su tutte le furie, minacciò rotture, e Max dovette fare marcia indietro. Oggi D’Alema con il Pd ha rotto dando vita a Mdp nel quale è già confluito Epifani e al quale sembra guardare Camusso. Il cerchio si chiude.

Ora, prendete il senso di quel lontano discorso di D’Alema e trasferitelo sul tema pensioni. Anche qui il sindacato tutela chi è già tutelato dimenticando i giovani, che più hanno patito in questi anni il peso della crisi: ogni risorsa destinata a quelle categorie, che pure meritano grande attenzione, è in qualche modo sottratta a ragazzi precari, sottopagati o fuggiti all’estero. Se la coperta è corta, bisogna scegliere. Ma non è una

guerra tra poveri: chissà, magari molti pensionati sarebbero perfino disposti a rinunciare a miglioramenti al proprio assegno se avessero la certezza che il governo impiegasse quei risparmi per dare lavoro e salario a figli o nipoti...

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

TrovaRistorante

a Livorno Tutti i ristoranti »

Il mio libro

CLASSICI E NUOVI LIBRI DA SCOPRIRE

Libri da leggere, a ciascuno la sua lista