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Nuove regole per evitare il pasticcio della Tari

L’analisi

Come spesso accade una piccola fessura nel cemento fa crollare la diga. Sta succedendo con i rifiuti urbani. Nelle ultime settimane una discussione importante sul “rimborso di calcoli sbagliati sulla quota variabile della Tari sui garage e le pertinenze...” consente (forse) finalmente di avere un’Autorità nazionale sui rifiuti, attesa da anni e sempre rinviata.

Andiamo per ordine. Oggi la Tari viene calcolata seguendo una vecchia norma tecnico-contabile del 1999, quando il Decreto Ronchi introdusse la “tariffa rifiuti”, poi cassata dalla Corte Costituzionale. Una procedura complessa, che ogni Comune applica a modo suo e che genera necessariamente problemi e contenziosi. Il caso delle pertinenze e dei garage non è né il primo né sarà l’ultimo.

Venendo ai numeri, i costi della gestione dei rifiuti urbani ammontano in Italia nel 2016 a 10,2 miliardi di euro. In realtà il costo è di circa 11 miliardi, considerando quelli coperti dal contributo Conai imballaggi (circa 500 milioni) e dagli incentivi alla produzione elettrica da rifiuti (altri 500 milioni circa).

La legge europea e italiana prevede l’applicazione del principio “chi inquina paga”, quindi tutti i costi del servizio devono essere coperti dalla tassa specifica (Tari) applicata dai comuni. Infatti, come ci ricorda Ispra, la Tari copre circa il 98,9% dei costi, con un gettito di circa 10 miliardi.

Si tratta di un dato fisiologico: il costo del servizio di gestione dei rifiuti urbani “deve” essere coperto dalla Tari, non è una possibilità o peggio una deriva patologica. Quello che invece non è ragionevole è che la Tari copra “qualsiasi” costo presentato da comuni e gestori. In un settore caratterizzato da monopolio la tassa dovrebbe coprire i soli costi efficienti, ribaltando sugli utenti un costo depurato da eventuali inefficienze gestionali o di sistema.

Da qui la richiesta, formulata da anni, di un’Autorità nazionale che regoli la gestione dei rifiuti urbani e definisca i criteri di calcolo dei costi efficienti. Per capire l’urgenza e la necessità di una “regolazione dei costi” dei servizi di gestione dei rifiuti urbani basta leggere le tabelle alle pagine 204 e 205 del Rapporto Rifiuti 2017 di Ispra. I costi ad abitante e a tonnellata per i vari servizi e per il totale delle prestazioni nelle varie regioni variano in modo inaccettabile in un paese civile. Segno di differenziali di qualità e di condizioni geomorfologiche, ma anche di inefficienze gestionali e di sistema. Una stima molto semplice da fare consente di dire che se tutta Italia usasse i costi unitari dell’Emilia Romagna, il sistema costerebbe 2 miliardi in meno. Soldi che potrebbero essere destinati agli investimenti in impianti ed incentivi all’economia circolare.

Bene quindi che la “pagliuzza” abbia fatto vedere al legislatore italiano la “trave”. Tant’è che l’emendamento presentato alla Legge di Bilancio, che prevede di attribuire all’Autorità nazionale acqua/energia la competenza sui rifiuti, potrebbe in questi giorni essere votato con il consenso del Governo.

Avere un’Autorità nazionale e quindi una struttura di regolazione a doppio livello come nel settore idrico (Ato locali, Autorità) è decisivo oggi per modernizzare il settore e definire un sistema di remunerazione chiaro, equo, efficace e semplice, e che consenta di promuovere gestioni virtuose ed efficienze, traghettando il sistema gradualmente verso la tariffa puntuale ed i sistemi di pagamento “pay as you throw”, auspicati dall’Europa.

Solo una regolazione nazionale poi potrà consentire la nascita di una moderna industria dei rifiuti in Italia, base dell’economia circolare tanto declamata, capace di attrarre investimenti e promuovere gestioni virtuose ed aggregazioni/quotazioni
in Borsa degli operatori, ancora troppo piccoli. Un meccanismo più adeguato e razionale quindi, che tuteli imprese e consumatori in una corretta applicazione del principio “chi inquina paga”. Questa sì che sarebbe una vera rivoluzione.

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