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È trovare un equilibrio il vero lavoro usurante

L’analisi

Come da copione, la rottura sulle pensioni è arrivata. E come succede ormai da decenni – almeno dalla riforma Dini, anno 1995 – la previdenza infiamma il dibattito politico e piomba sulla campagna elettorale. Si può considerare una cosa normale, in un Paese che è tra i più anziani d’Europa. Ma è un po’ allarmante, in un’epoca in cui sta cambiando il mondo e, in particolare, quello del lavoro, travolto da una rivoluzione tecnologica che cancella interi mestieri o ne riscrive il contenuto. In questa prospettiva, la fissazione del dibattito sul solo tema delle pensioni riflette più le esigenze politiche, visti i numeri del gruppo elettorale di riferimento, che non quelle reali dell’economia.

Il governo si è mosso nei limiti finanziari strettissimi di una legge di bilancio che stanzia poche risorse, e in quelli ancor più stretti ribaditi dalle missive di Bruxelles: dopo l’ultimo annuncio sull’arrivo di un’altra tirata d’orecchie a Roma, l’esecutivo ha ridimensionato le promesse fatte inizialmente ai sindacati. C’è spazio solo per una piccola esenzione dall’aumento automatico dell’età della pensione, a sua volta legato al meccanismo introdotto dai governi precedenti, Berlusconi prima e Monti poi.

È un meccanismo che può sembrare logico: se aumenta l’aspettativa di vita, si va anche in pensione più tardi. Ma che ha molti aspetti meno logici: l’aspettativa di vita non è uguale per tutti, l’Istat ha calcolato che già solo il titolo di studio la condiziona pesantemente. Un uomo laureato vive in media cinque anni in più di uno che ha preso solo la licenza media (per le donne il gap si riduce a 2,7 anni), e questo senza dubbio dipende da diversi stili di vita ma anche dalla pesantezza fisica del lavoro svolto.

Nel meccanismo della legge Fornero, non c’è spazio per fare queste distinzioni; e non c’è neanche nella proposta del governo, che si limita ad ammorbidire lo scatto per alcune categorie. La loro individuazione ha criteri comprensibili – lavori manuali pesanti, lavoro notturno, stress – ma è necessariamente arbitraria: perché le maestre d’asilo dovrebbero stressarsi di più di quelle delle elementari? Perché i macchinisti di treno sì e chi guida un autobus nel caos metropolitano no? Per fare interventi più razionali ci sarebbe stato bisogno di più tempo (ce n’era, visto che la legislatura è durata cinque anni, ma come al solito la politica vive di emergenze) e di più soldi.

D’altro canto, chi fa le trattative deve capire qual è il massimo che si può ottenere nelle condizioni date, e portare a casa qualcosa: questa la valutazione della Cisl, che ha incassato i quindici lavori “esentati” e accettato la proposta del governo; mentre la Cgil ha giudicato la mossa insufficiente e chiamato alla mobilitazione generale. È evidente il legame con il gioco politico, e con la sponda di Mdp a sostegno delle posizioni più intransigenti. Ma poiché il gioco della politica spesso si astrae dal merito delle cose, si trovano sulle barricate con la Cgil esponenti politici che, quando la riforma Fornero fu varata, dirigevano il Pd e votarono quella manovra.

Tornando al merito: è giusto e necessario aumentare l’età delle pensioni, o no? Da quando abbiamo introdotto il sistema contributivo, questa domanda non dovrebbe avere più senso, dato che le pensioni si calcolano sulla base di quanto si è versato, dunque se si va in pensione prima si prende di meno, e l’equilibrio del sistema dovrebbe comunque essere assicurato. Ma ha senso in questa fase di transizione, man mano che arrivano all’età della pensione persone che hanno una parte della loro carriera con il vecchio sistema retributivo e un’altra parte con quello contributivo.

A regime, la discussione sull’età sarà irrilevante: la pensione
sarà così bassa per tutti che tutti, per farla salire a un minimo decente, dovranno lavorare più a lungo. È questo il vero problema da porsi guardando al futuro, ossia come evitare che gli attuali giovani diventino degli anziani poveri, poverissimi.

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