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LA CRISI DEL CALCIO

Tavecchio si dimette e Malagò annuncia il commissariamento

Il presidente scaricato è una furia: «Pago per scelta non mia». Il Coni taglia fuori tutti ma i “manovratori” provano a resistere

A chi, la stragrande maggioranza degli italiani, ieri brindava alle dimissioni di Carlo Tavecchio, poco dopo le 14, a un certo punto s’è gelato il sangue: era entrata in scena addirittura la Provvidenza manzoniana. O meglio, l’aveva tirata in ballo uno che il Manzoni lo conosce bene, il ragionier Carlo, 74 anni da Ponte Lambro, un passo dal Resegone e da quel ramo del lago di Como. Da pochi minuti il presidente della Federcalcio aveva rassegnato le dimissioni “tradito” dalla Lega dilettanti che al tavolo del Consiglio federale gli aveva voltato le spalle. «Quello che è stato il mio mondo per 18 anni», ha detto poi il ragioniere più insultato dell’ultima settimana. Quindi, in sala stampa, si era prodotto in un vero e proprio assolo da commedia all’italiana. Toni alti, confusione, sintassi lasciata a desiderare. Insomma, nelle parole il marasma sul campo dell’ultima Italietta di Gian Piero Ventura. Tavecchio ci prova: «Ventura non lo scelto io, l’ha scelto Marcello Lippi, sbotta». Poi elenca una serie di risultati ottenuti dalla sua presidenza: dai successi internazionali (numero delle italiane in Champions), all’introduzione del Var, ai conti a posto della Figc, al rilancio del calcio femminile e del pianeta dilettanti. Ma Tavecchio, col suo stile approssimativo, è riuscito anche a macchiarli quei risultati. Il Var? «Sì, l’ho proposto io, prima di me c’era stato solo quel giornalista là, quello della Rai che è morto... Aldo Biscardi». Poi: «Michele Uva l’ho messo io alla vicepresidenza dell’Uefa non perché è bello». Poi si corregge: «Effettivamente è anche bello».

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Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha fatto bene ad aprire le procedure per il commissariamento. Il “sacrificio” di Tavecchio non è altro che  l’estremo tentativo del gruppo di comando di conservare il potere per il potere. Ora tutto dipende dalla scelta del commissario.  Se dovessero rispuntare vecchi arnesi alla Franco Carraro il segnale sarebbe devastante. Semplicemente inaccettabile



Quindi una rumba di dichiarazioni sconclusionate e anche un paio di frasi in francese. Perché? Semplice. È partito dalla parola “chapeau”, giù il cappello, per accusare quel personaggio che aleggiava nella sala affollata di giornalisti: il presidente del Coni, Giovanni Malagò. «Colpe? Una. «Non essere intervenuto nell’intervallo di San Siro». Voleva fare l’Oronzo Canà?

Sì, tranquilli, stiamo arrivando alla Provvidenza. “Chapeau” aveva detto Malagò a quelli che avevano deciso di cambiare rotta, i calciatori e la Lega Pro. Il Tav? «Chapeau lo dico io, me ne vado con la coscienza a posto, ho lavorato per anni per il calcio, domani, per chi vuole, vado a camminare sul Sassolungo (in Alta Badia) e sabato vado dai miei ragazzi del club di mio fratello, il Ponte Lambro».

Poi torna su quello che è appena accaduto in Consiglio e al dietrofont inatteso della componente dilettanti, che di fatto ha scalzato il presidente perché già contro il ragioniere aveva calciatori e Lega Pro. Tavecchio parla di «decisione politica indotta dall’esterno». Non usa la parola tradimento, non fa mai il nome di Malagò.

Ma Tavecchio “scopre” i suoi grandi elettori, la Serie A e la Serie B, che non potevano dargli il voto perché commissariate. «Bastava aspettare dieci giorni e avremmo avuto con diritto di voto in Consiglio la A e la B, che portano oltre 140 milioni di euro al calcio e che ora non possono deciderne le sorti». I grandi club, capitanati dalla Juventus, infatti volevano il rinvio affinché arrivassero “i rinforzi” per l’amico Tav. Anche il presidente degli allenatori Renzo Ulivieri, nonostante le critiche di Max Allegri, entrando in Consiglio, stile orchestra del Titanic, aveva detto: «Dobbiamo evitare che Malagò ci commissari». Eccoci, siamo di nuovo su quel ramo di Como, eccoci alla provvidenza Manzoniana, arriva anche l’Innominato. «Presidente, ora inizia la campagna elettorale, fra sei mesi si vota. Sbollita la rabbia si candiderà?», gli chiedono. Lui, candido: «Non mettiamo limiti alla provvidenza manzoniana». Ma mentre “Tavecchio-Lucia” invocava la Provvidenza, ecco l’Innominato, il presidente del Coni Malagò. Adolfo Fantaccini dell’Ansa gela la sala: «Presidente, Malagò ha appena detto che commissaria la Figc». Tavecchio stavolta non usa il francese, blatera qualcosa. Prendiamo a prestito Maurizio Compagnoni di SkySport che quando finisce la partita urla: «Game over». Dopo l’ennesima bordata della mattina del ministro dello sport Luca Lotti, un sondaggio scoraggiante della Gazzetta dello Sport, il resto l’ha fatto il numero uno del Coni. Domani la giunta è riunita d’urgenza, il presidente commissarierà il governo del calcio, ma forse non farà il commissario. La sua agenda è fitta e, tra l’altro, prevede a febbraio la lunga trasferta asiatica per le Olimpiadi.

twitter: @simeoli1972

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