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Riina, la memoria delle vittime lo aveva già sepolto

Il commento

Gennaio 1993. Balduccio di Maggio, uomo fidato di Riina, arrestato e pentito, indica ai carabinieri la villa dove ’u curtu si nasconde “alla luce del sole”. Il giorno seguente scatta l’operazione: il “capo dei capi” esce di casa a bordo di una comune berlina familiare. L’auto si ferma al semaforo in piazza Einstein. Quattro agenti gli saltano addosso. Lo bloccano. Il boss non oppone resistenza, anzi è visibilmente scosso, teme si tratti di un sequestro di persona a opera di un clan rivale. Si tranquillizza solo quando capisce di essere nelle mani dei carabinieri.

Fino a quel momento de “La belva” si aveva solo una foto segnaletica della polizia, risalente agli anni Sessanta, e un identikit ritraente un volto invecchiato. Per un quarto di secolo è rimasto nell’ombra. Tutti sapevano chi era, quale ruolo svolgeva ma nessuno ne parlava. Era il contrario di Cutolo a cui piaceva essere al centro dell’attenzione al punto da lasciarsi intervistare in prima serata da un animale giornalistico come Joe Marrazzo. Paradossalmente sarà l’arresto a conferirgli visibilità mediatica, al punto che il Riina de “Il capo dei capi” sembra più vero del Riina in galera. Ed è proprio intorno al personaggio della fiction che si crea il mito del “boss assolutista”.

In una scena, litigando con Provenzano, Riina (Claudio Gioè) impone la strategia stragista, contrastando la volontà di Binnu di mantenere un profilo basso, dice «Lo Stato sono io». Si tratta di una fiction e quindi la scena e la battuta sono volute dallo sceneggiatore (Claudio Fava). Non sappiamo come si sia svolto quell’incontro o se ci sia mai stato. Una cosa è certa Totò Riina viene tramutato in una specie di Re Sole mafioso: «L’état, c’est moi». In assenza di informazioni certe, il racconto è piegato sulla drammatica figura del tiranno per spiegare al pubblico il ruolo assunto da ’u curtu all’interno della Cupola e nella storia d’Italia.

Riina è l’uomo del colpo di Stato interno a Cosa nostra, il capo di quella che è stata definita la “nazimafia”. Ha scritto Roberto Scarpinato: «Il nazismo dà risposta al bisogno di identità e di appartenenza offrendo una super-identità, quella della razza ariana, come in Sicilia Cosa nostra garantisce una risposta allo stesso bisogno di larghe fasce del popolo offrendo la super-identità di uomo d’onore. Il nazismo offre un progetto di assoggettamento della realtà mediante la costruzione di un nuovo ordine così come Cosa nostra offre un progetto di dominio e controllo totale della realtà».

Riina è stato l’esecutore supremo di un apparato criminale a carattere totalitario che si insinua nella società civile per corroderla e deformarla in un ordinamento ibrido il cui fine è trasformare i cittadini in sudditi. È stato il propugnatore di una violenza sanguinaria e “rupestre” che aveva attrezzato, nel centro di Palermo, una “camera della morte” in cui torturare e sopprimere i traditori e i rinnegati.

Uomini mediocri, insensibili, feroci, terribilmente normali che trasformano la morte in un gesto meccanico in «mancanza di pensiero». Una quotidiana banalità del male. Una programmazione “scientifica” della violenza che impone, per calcolo o per vendetta, il “rastrellamento” dei nemici, senza distinzione di sesso ed età, da imprigionare in condizioni disumane e, infine, dopo innumerevoli sevizie, far scomparire dalla faccia della terra con la pratica della “lupara bianca”, anche di fronte all’innocenza di un bambino.

Il capo del clan dei corleonesi ha diffuso un disinibito disprezzo della vita provocando, per un ventennio, un terrore massificato e imprevedibile: chiunque poteva sparire e non essere più ritrovato, bastava un sospetto. Proprio come accadeva durante la dittatura militare in Argentina. Non c’erano più colpevoli
e innocenti, solo vittime potenziali. E proprio dalla memoria delle vittime che Riina è stato sepolto in vita. La sua faccia da viddanu non ci mancherà, né le sue astruse minacce su cui, qualche cretino, ha costruito un demenziale mito mediatico.

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