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Morte di Totò Riina, Sabella: «La mafia non è finita»

Parla il magistrato Alfonso Sabella che ha lavorato nel pool con Falcone e Caselli: «Finita l’epopea di Corleone, tornano le cosche delle città»

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ROMA. «Con la morte di Salvatore Riina i misteri che rimangono senza risposta non sono solo quelli legati alla mafia. Ad esempio, perché Cosa nostra decise di uccidere Paolo Borsellino solo 56 giorni dopo Giovanni Falcone sapendo che avrebbe suscitato la reazione dello Stato come poi avvenne con l’approvazione del 41bis per i mafiosi? Oppure. Capire quale fosse la vera strategia di Riina dietro le bombe del ’93 messe a Roma, Firenze e Milano. Aspetteremo ancora, ma le risposte, sono sicuro, arriveranno». Alfonso Sabella è stato sostituto procuratore del pool Antimafia di Palermo lavorando a fianco prima del procuratore capo Gian Carlo Caselli e, da giovane magistrato ha collaborato con Giovanni Falcone . “Cacciatore di mafiosi” veniva chiamato quando coordinava le inchieste sulle cosche e in effetti, Sabella ha fatto scattare le manette ai polsi a mafiosi come Giovanni Riina figlio del boss, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, l’uomo che attivò il telecomando a Capaci.

Riguarda dunque l’omicidio del giudice Borsellino, il segreto più importante che Riina si è portato con se?

«La mafia sapeva che dopo la strage di Capaci, il Parlamento avrebbe dovuto decidere se convertire in legge il decreto che prevedeva l’introduzione del carcere duro ai mafiosi, il famoso 41bis. Ora è considerato uno strumento fondamentale nella lotta alla mafia, ma in quel momento non tutti i partiti erano concordi sulle condizioni del 41bis. Tutto cambiò dopo la strage di via D’Amelio: il decreto venne convertito in legge con i voti di quasi tutte le forze politiche. Il 20 luglio del 1992, la notte successiva all’uccisione di Borsellino e della sua scorta, 700 detenuti vennero trasferiti al carcere duro. Perché Riina uccise Borsellino così di fretta? Solo per delirio di onnipotenza? Secondo il mio punto di vista c’è ancora molto da capire su via D’Amelio».

Come ha potuto Totò Riina rimanere capo di Cosa nostra nonostante fosse in carcere da 24 anni?

«Il vecchio boss è sempre stato potente, in grado di controllare gli affari della sua cosca anche dal 41bis. Non ha mai smesso di esercitare il suo potere sull’ala militare dell’organizzazione. Sono stato d’accordo con i magistrati di Bologna quando hanno negato a Riina condizioni detentive meno dure a causa del suo stato di salute. Riina, al contrario di Provenzano, è rimasto lucido. Come scrivono i giudici “la sua pericolosità era intatta”».

La sua morte potrebbe segnare l’avvio di una guerra tra cosche per la successione del padrino?

«È presto per dirlo, ma non bisogna cadere nel solito errore facendo della mafia solo un problema di tranquillità sociale e affermando che se non ci sono omicidi, è sconfitta. La mafia purtroppo non muore con la morte di Riina e Cosa nostra cercherà nuovi punti di riferimento. Una cosa però cambierà di sicuro: Corleone non sarà più il paese del boss. È difficile che possa ripetersi la storia di un piccolo paese che diventa, come accaduto per Corleone, cosi centrale all’interno dell’organizzazione mafiosa. È molto probabile che la cosca di Palermo riprenda la centralità dell’organizzazione. È già accaduto in passato che si crei una sorta di triumvirato, senza un capo designato».

Dunque nulla cambierà con la morte di Riina, nemmeno i rapporti tra mafiosi e mondo politico?

«Il rapporto tra mafia e politica è antico e purtroppo è la politica ad aver avuto più bisogno del potere mafioso, violento e ricattatorio. In grado di creare enormi serbatoi di voti. Come diceva il giudice Giovanni Falcone, per combattere la mafia bisogna partire dalla base, dal territorio, è lì che lo Stato deve agire. Perché anche se è morto un boss come Salvatore Riina, la mafia esiste ancora».

©RIPRODUZIONE RISERVATA.
 

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