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Mafia: è morto Totò Riina, il capo di Cosa nostra

Era in coma dopo due interventi chirurgici, aveva 87 anni. Nonostante la detenzione al 41 bis da 24 anni, era ancora il capo di Cosa nostra

Morto il boss Riina, Bolzoni: "L'uomo che ha trasformato Cosa nostra in Cosa sua" Il capo della mafia siciliana è deceduto alle 3,37 nel reparto detenuti del carcere di Parma. Gli ultimi misteri del padrino di Corleone nelle sue intercettazioni in carcere. "Passerà alla storia per l'uomo che ha distrutto Cosa nostra con la sua strategia stragista".Il commento di Attilio Bolzoni

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E' morto alle 3.37 nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma il boss Totò Riina. Ieri aveva compiuto 87 anni. Operato due volte nelle scorse settimane, dopo l'ultimo intervento era entrato in coma. Riina, per gli inquirenti, nonostante la detenzione al 41 bis da 24 anni, era ancora il capo di Cosa nostra.

Riina era malato da anni, ma negli ultimi tempi le sue condizioni erano peggiorate tanto da indurre i legali a chiedere un differimento di pena per motivi di salute. Istanza che il tribunale di Sorveglianza di Bologna ha respinto a luglio. Ieri, quando ormai era chiaro che le sue condizioni erano disperate, il ministro della Giustizia ha concesso ai familiari un incontro straordinario col boss.

Milano, salta l'interrogatorio di Riina. Il boss ricoverato in ospedale Totò Riina non è stato sentito in videoconferenza dai giudici della sesta sezione penale del Tribunale di Milano nell'ambito dell'udienza del processo in cui il boss di Cosa Nostra è imputato per le minacce al direttore del carcere di Opera Giacinto Siciliano. Il presidente del collegio, Raffaele Martorelli, ha rinviato l'udienza al 16 gennaio 2018, dopo aver ricevuto una comunicazione dell'azienda ospedaliera dell'Università di Parma che conferma il ricovero in ospedale del 'capo dei capi'. Non è stato invece possibile accertare se Riina sia stato sottoposto a intervento. "Non lo so - ha affermato il suo avvocato, Mirko Perlino - è stato il Tribunale a comunicarmi il ricovero. In ogni caso il mio assistito sta male, non è in grado di stare in giudizio". Secondo fonti del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) Riina avrebbe avuto un lieve malore dovuto a un calo di pressione.(di Francesco Gilioli)

Riina stava scontando 26 condanne all'ergastolo per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del '92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del '93, nel Continente. Sua la scelta di lanciare un'offensiva armata contro lo Stato nei primi anni '90. Mai avuto un cenno di pentimento, irredimibile fino alla fine, solo tre anni fa, dal carcere parlando con un co-detenuto, si vantava dell'omicidio di Falcone e continuava a minacciare di morte i magistrati.

Morte Riina, Caselli: "Pezzo crudele della nostra storia, il suo arresto fu riscatto democrazia" "Il Capo dei capi è stato l'autore della decapitazione feroce di tutte le istituzioni di Palermo: carabinieri, poliziotti, politici, giornalisti, società civile, magistrati, un'ecatombe come non c'è mai stata in nessun Paese democratico". Così Gian Carlo Caselli, magistrato, che dal 1993 al 1999 è stato procuratore della Repubblica al tribunale di Palermo ottenendo importanti risultati nella lotta alla mafia come l'arresto, tra gli altri, dei Leoluca Bagarella, Gaspare Spatuzza, Giovanni Brusca.Intervista di Pasquale Quaranta

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 A febbraio scorso, parlando con la moglie in carcere diceva: "sono sempre Totò Riina, farei anche 3.000 anni di carcere". L'ultimo processo a suo carico, ancora in corso, era quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in cui è imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato. Ieri, nel giorno del suo 87esimo compleanno, il figlio Giuseppe Salvatore, che ha scontato una pena di 8 anni per mafia, ha pubblicato un post di auguri su FB per il padre.

Mafia, sequestrato il tesoretto di Riina: una villa e 38 conti correnti «Io, se recupero pure un terzo di quello che ho sempre ricco sono», diceva il boss Totò Riina, intercettato in carcere. Altro che famiglia di nullatenenti, come scriveva qualche giorno fa la figlia del capo dei capi al Comune di Corleone, dicendo di avere diritto al bonus bebè. Era una messinscena, il bonus bebè non è stato concesso. I carabinieri del Ros sono riusciti a scoprire un tesoretto del padrino rinchiuso al 41 bis dal 1993: una villa a Mazara del Vallo, e 38 conti correnti, che sono intestati ai familiari. In quella villa, in via degli sportivi 42, Riina ha trascorso le sue ultime estati da uomo libero; dopo l’arresto, è arrivato il fratello Giacomo (e sembra che la moglie di Totò non abbia proprio gradito). Nel 1984, un’altra villa di Giacomo Riina era stata confiscata dal giudice di Trapani Alberto Giacomelli, che pagò con la vita questo provvedimento, il 14 settembre 1988. Per quell’omicidio, Totò Riina è stato condannato all’ergastolo. (di SALVO PALAZZOLO)

«È morto Salvatore Riina il boia di via dei Georgofili del 27 Maggio 1993. In via dei Georgofili ha messo in atto 'La strage del 41 bis' come la definì il Procuratore Gabriele Chelazzi: 5 morti, 48 feriti sono stati il tentativo di Salvatore Riina di far abolire il 41 bis. Abbiamo speso 25 anni della nostra vita e non ce l'ha fatta Salvatore Riina a fare abolire sulla carta bollata il carcere duro ed è morto a 41 bis, questo è quanto dovevamo ai nostri morti». Così Giovanna Maggiani Chelli, dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, commenta la notizia della morte del capo di Cosa Nostra. «Tuttavia fin da quel 1993 e fino ad oggi - aggiunge - i passaggi da 41 bis a carcere normale, hanno denotato quanta forza nell'ambito dello Stato sia stata spesa per assecondare i desiderata della mafia, ma questo è un capitolo ancora tutto aperto. Stiamo aspettando un processo per capire chi aveva in quel 1993 promesso a Riina ,in cambio di morti, l'abolizione del 41 bis».

Di Maio: "Morte di Riina? Resta molto da fare nella lotta alla mafia" Il candidato premier del M5s, Luigi di Maio, a un incontro a Milano di Confesercenti, per raccogliere le indicazioni della categoria in vista della stesura del programma di governo del movimento ha parlato, a margine, anche della morte del "Capo dei capi". "La morte di Riina non significa la fine della mafia. Nella lotta contro la criminalità organizzata, molto resta da fare" Video di Francesco Gilioli


- «Massimo riserbo. Al momento nessun commento». Luca Cianferoni, uno degli avvocati storici di Totò Riina, il boss di cosa nostra morto la notte scorsa, vuole aspettare prima di fare dichiarazioni. Nel giugno scorso, durante una delle udienze del processo d'appello per la strage del treno 904 a Firenze, Cianferoni era tornato a chiedere «la detenzione domiciliare ospedaliera» per Riina, le cui condizioni già allora, disse, si erano «aggravate». «Ha diritto a morire dignitosamente - aggiunse l'avvocato -: non abbiamo mai chiesto che torni a casa, ma che sia assistito in ospedale». Nel mese di luglio il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva respinto la richiesta.

Strage Rapido 904, i parenti delle vittime contro Riina: "Costretto a letto? Dei nostri figli non è rimasto niente" "Ci dicono di vedere come sta Totò Riina in un letto? Ma lui ha visto che dei nostri bambini non è rimasto niente?". A Firenze, si celebra il processo d'appello per la strage del Rapido 904 che vede come unico imputato Totò Riina e i parenti delle vittime si scagliano contro l'ipotesi di arresti domiciliari dell'ex capo di Cosa Nostra. "Crediamo che una persona come Riina - afferma la presidente dell'associazione dei familiari delle vittime Rosaria Manzo - non possa uscire dal carcere perché continua a essere pericoloso, si vedano le minacce a Don Ciotti e a Di Matteo. Le sue condizioni fisiche non c'entrano"Video di Andrea Lattanzi

VITA DI RIINA
L'ascesa corleonese
Nato a Corleone, cuore antico e profondo della Sicilia, in una famiglia di contadini il 16 novembre 1930, si legò presto al capomafia Luciano Liggio e a 19 anni fu condannato ad una pena a 12 anni, scontata parzialmente nel carcere dell’Ucciardone, per aver ucciso in una rissa un suo coetaneo. Da fedelissimo di Liggio prese parte alla sanguinosa faida contro gli uomini di Michele Navarra. Nel 1969 avviò la sua lunga latitanza che diede inizio alla sua ascesa, sancita ancora nel sangue, il 10 dicembre, con la «strage di Viale Lazio», che doveva punire il boss Michele Cavataio. Sempre più influente, sostituì spesso Liggio nel «triumvirato» di cui faceva parte assieme ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Risale a quegli anni l’asse con il loro ’compaesanò Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo, con cui mise le mani nella politica e nell’amministrazione degli affari comunali. Nel 1971 fu esecutore materiale dell’omicidio del procuratore Pietro Scaglione e, nello stesso anno, partecipò ai sequestri a scopo di estorsione ordinati da Liggio, attraverso il quale stabilì rapporti solidi con ’Ndrangheta di Tripodo e i camorristi napoletani affiliati a Cosa nostra dei fratelli Nuvoletta. Dal ’74 reggente della cosca di Corleone, sempre più strategica negli assetti di Cosa nostra, scatenò la seconda guerra di mafia che vide dal maggio 1981 l’uccisione per mano dei boss a lui fedeli, di oltre 200 mafiosi della fazione Bontate-Inzerillo-Badalamenti, mentre molti altri rimasero vittime della cosiddetta lupara bianca. Un vero massacro fino a quando si insediò nel 1982 una nuova «Commissione» di stretta osservanza corleonese, composta da capimandamento fedeli a Riina e da lui guidata.

Corleone si divide su Riina: "Un galantuomo", "Una pagina buia" Il paese dove è nato Totò Riina si divide nel giorno della morte del "capo dei capi". C'è chi lo definisce un galantuomo e chi parla "di una pagina buia che si chiude con il suo decesso". Se molti preferiscono non parlare, Dino Paternostro, impegnato sul territorio con Città nuove, fa un appello ai mafiosi: "Non vale la pena morire così"di Giorgio Ruta


La strategia politica
Principale referente politico di Riina inizialmente fu Vito Ciancimino, il quale nel 1976 instaurò un rapporto solido con Salvo Lima. Seguì una serie di omicidi politici: il 9 marzo 1979 Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia cristiana; il 6 gennaio 1980 fu ucciso il presidente della Regione delle carte in regola Piersanti Mattarella; il 30 aprile 1982 il leader del Pci siciliano Pio La Torre.

Schiaffo al padrino
Un duro colpo il potere di Riina lo subì il 30 gennaio 1992 quando la Cassazione - nonostante i tentativi di cambiarne le sorti - confermò gli ergastoli del Maxiprocesso e sancì l’attendibilità delle dichiarazioni rese dal pentito Tommaso Buscetta: uno schiaffo al mito dell’impunità di Cosa nostra. Il 12 marzo 1992 Lima venne ucciso: si era alla vigilia delle elezioni politiche e, alcuni mesi dopo, la stessa sorte toccò a Ignazio Salvo. A maggio l’attacco frontale allo Stato. La strage di Capaci nel quale fu ucciso Giovanni Falcone. Cinquantasette giorni dopo toccò a Paolo Borsellino, in via D’Amelio. Nel ’93 le stragi del Continente. Una «catena del tritolo» oggetto di indagini anche da parte della Procura di Firenze, su cui si è fatta maggiore chiarezza dopo depistaggi e silenzi.

La cattura
In questo periodo sarebbe iniziata la presunta trattativa, al centro di un processo il cui primo grado è alle fasi conclusive. Cruciale il ruolo di esponenti dello Stato e Vito Ciancimino. Riina rispose alla richiesta di un accordo con il famoso Papello, finalizzato a ottenere la revisione del maxiprocesso, ad ammorbidire le condizioni dei detenuti, cancellazione della legge sui pentiti. Fu arrestato il 15 gennaio del 1993 dalla squadra speciale dei Ros guidata dal Capitano Ultimo, davanti alla sua villa, in via Bernini. Mentre restava libero Bernardo Provenzano, il ’ragionierè di Cosa nostra, preso solo l’11 aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza.

Riina, Bolzoni: ''Deve restare al 41bis perché può comunicare con i suoi fuori'' Totò Riina ha la piena capacità di intendere e di volere e di stare in giudizio. Lo hanno affermato i giudici di Milano, respingendo la richiesta di sospendere il processo avanzata dalla difesa del boss. Riina “pur avendo diritto alle migliori cure all’interno del carcere, deve restare al 41bis perché può ancora comunicare all’esterno con i suoi uomini’’ Il commento di Attilio Bolzoni Montaggio Marzia Morrone


Il grande depistaggio
Un periodo oscuro e torbido di contatti obliqui tra pezzi di Stato e della criminalità organizzata rintracciati a cavallo delle stragi. Ed è stato necessario un quarto di secolo per diradare parte delle nebbie sulla verità delle stragi, perchè Cosa nostra ha agito per compartimenti stagni. Nessuno dei primi collaboratori di giustizia, faceva parte del mandamento di Brancaccio. Nel 2008 però ecco Gaspare Spatuzza, poi il pentimento di Fabio Tranchina e per ultimo quello di Cosimo D’Amato. Alle loro rivelazioni si sono aggiunti riscontri formidabili.

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