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Sicilia. Ecco perché sull'isola i conti non tornano mai

Nello Musumeci

L'opinione

Non è cominciata bene l’avventura del centrodestra alla Regione Sicilia. Non si sono ancora esaurite le analisi e i bilanci politici, e già un consigliere di maggioranza, dell’Udc, viene addirittura arrestato. Ma è soltanto uno dei molti problemi che il neo-presidente Nello Musumeci dovrà affrontare. Dopo un’altra gestione deludente, come quella di Rosario Crocetta, che non ha certo migliorato il funzionamento della gigantesca macchina siciliana.

La Corte dei conti regionale ha infatti, con molto stento, approvato il rendiconto del 2016 tranne che per la parte, assai importante, delle società partecipate. In particolare per l’Azienda Siciliana Trasporti che viaggia appesantita da un carico di personale e di debiti insostenibile. Il procuratore generale della Corte dei conti siciliana, Pino Zingale, si era opposto a quella pur dimezzata approvazione, con solidi argomenti, e ha subito dichiarato di averla impugnata presso la Corte dei conti nazionale.

Le anomalie da lui denunciate sono tante: un disavanzo di amministrazione pari a 99 milioni di euro «le cui coperture risultano decisamente incerte, impedisce di poter ritenere realizzato l’obiettivo del risanamento definitivo dei conti regionali». Per Zingale il personale della Regione ammonta a 18.075 unità per una spesa superiore ai 629 milioni. Ma v’è chi ritiene che siano almeno 20.000, rilevando come abbondino gli impiegati e manchino, ad esempio, custodi e architetti o archeologi nei musei e nelle aree archeologiche. Qualche anno fa si calcolava che il 10,4% della spesa regionale se ne andasse per pagare i dipendenti, contro l’1,99% di media delle Regioni a statuto ordinario. E che i regionali siciliani guadagnassero il 40% in più dei loro colleghi in giro per l’Italia.

Il rendiconto finanziario regionale per il 2016 evidenzia un calo di 12 punti del Pil rispetto al 2009 e quindi un andamento degli investimenti «drammaticamente negativo». In questo contesto la Regione Sicilia ha conferito a un fondo immobiliare (le cui quote sono state acquisite per intero dal fondo pensioni dei dipendenti) edifici per uffici di sua proprietà valutati 59 milioni l’anno per il 2017-2018. Il procuratore generale Zingale avanza il sospetto che si tratti di un artificio per «drenare liquidità dal fondo verso il bilancio della Regione». Inoltre manca un rendiconto del ricchissimo contenzioso passivo. Si spacciano per coperture l’iscrizione a bilancio di crediti inesigibili col gonfiamento dei residui attivi. Un’altra copertura fittizia del disavanzo? Le anticipazioni di liquidità con scoperti di cassa nei confronti della Tesoreria (Unicredit) che la Regione dovrà restituire di qui al 2045.

Fra l’altro la Regione potrebbe per legge indebitarsi soltanto per finanziare investimenti, ma questi non formano neppure il 7% della spesa complessiva ammontante a 21 miliardi. Secondo il procuratore, l’assessore all’Economia, Alessandro Baccei, ha accantonato appena 3 milioni per le perdite delle società partecipate che sono uno dei punti più deboli della gestione regionale. Difatti la parte del rendiconto 2016 non approvata dalla Corte dei Conti siciliana riguarda proprio la situazione anomala dell’Azienda Trasporti.

Nel 2013 Fabio Pavesi sul “Sole 24 Ore” parlava di Sprecopoli, con una Assemblea Regionale (90 consiglieri) che “costa 160 milioni, un sesto della spesa di Montecitorio (630 parlamentari) e oltre tre volte la media delle Regioni italiane”. Coi vitalizi più alti del Paese e con un costo di personale sugli 87 milioni, cioè “oltre la metà del bilancio”: quasi 27 milioni in più della Lombardia. Ci si chiede come si possa non guardar dentro in modo serio e oggettivo al bilancio della Regione Sicilia. Certo scoppierebbe un vero e proprio “caso nazionale”. Ma la politica dello struzzo porterà a danni ben peggiori. Qui e anche in altre Regioni a statuto speciale. Come ha confermato l’inchiesta di Sergio Rizzo per “Repubblica” sulla Valle d’Aosta. Si può continuare così?

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