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Elezioni Sicilia, la pesca a strascico che premia la destra

«Chi ha vinto? Chi ha perso?», chiedeva con insistenza Eugenio Scalfari a chi aveva incaricato di redigere la nota politica postvoto. Mica semplice, nella Prima Repubblica di Craxi, Andreotti e Forlani. Come oggi e a breve, per colpa delle strane regole elettorali siciliane e del Rosatellum. Due o tre cose sono tuttavia chiare.

Il centrodestra esulta. Con ragione. Più di tutti festeggia Fratelli d’Italia, l’ala destra dell’alleanza eterogenea che ha promosso e sostenuto la candidatura di Nello Musumeci. Anche Monica Picca, arrivata al ballottaggio a Ostia, è stata imposta da Giorgia Meloni, leader di FdI, agli alleati. A destra funziona la pesca a strascico, dove ciascun partito e gruppo – dalla Lega a Forza Italia alle liste locali – cerca consensi con reti intessute di idee e parole d’ordine proprie, mai concordate. Trovare una sintesi programmatica è faccenda che si può rinviare a dopo.

Silvio Berlusconi forse proporrà lo stesso schema alle politiche, affidando ad un fedelissimo o ad un outsider il compito di tenere assieme i moderati, i liberali, i cattolici, le destre quasi eversive (non sottovalutate i risultati ottenuti da CasaPound, un po’ la versione italiana di Alternative für Deutschland, che potrebbe aggregarsi alla compagnia). Eppure i tessitori del centrodestra faticheranno a stringere i nodi di un’alleanza che, dopo il voto di primavera, potrebbe sfaldarsi al canto delle sirene grilline.



Le elezioni di questo fine settimana non hanno portato in trionfo il Movimento 5Stelle, pur confermandolo come primo partito in Sicilia e a Ostia. Non ha conquistato Palazzo dei Normanni, obiettivo dichiarato nella convention a Palermo del settembre 2016. È andata meglio nel popoloso quartiere romano, ma il ballottaggio rischia di penalizzare la candidata Giuliana Di Pillo, vicina a Virginia Raggi.

Non aiuta a migliorare il pessimo umore dei grillini l’incredibile mossa del candidato premier Luigi Di Maio, sfiancato e confuso: con la scusa «non sei più un mio competitor» ha annullato alla vigilia la sfida televisiva con Renzi, che egli stesso aveva proposto. Sui social è stata una slavina di battute e insulti sotto l’hashtag #DiMaioScappa. Chissá che ne dice Casaleggio Jr. I numeri siciliani confermano che l’isolamento del Movimento ridurrà le sue velleità di governo nazionale. A meno di un accordo ex post con qualcuno disponibile a fornire un consistente pacchetto di parlamentari. Come la Lega di Salvini. Da qui i timori di Berlusconi.

Se Angela Merkel, Emmanuel Macron, Mariano Rajoy, per non dire di Donald Trump, fossero espressione di partiti progressisti, le sconfitte siciliane e laziali di Matteo Renzi e di Bersani-D’Alema segnalerebbero che la sinistra – nelle sue contrapposte declinazioni centrista e massimalista – sta miserevolmente affondando. Chi oggi occupa le posizioni di potere in Germania, Francia, Spagna, Austria non ha invece nelle vene nemmeno un’oncia di sangue socialista, socialdemocratico, comunista e cattolico-sociale.

La tendenza italiana, per paradosso, è opposta. Nei maggiori Paesi dell’Occidente la sinistra sta buscandole da tempo e di brutto, con l’eccezione parziale dei laburisti di Jeremy Corbyn nel Regno Unito; i risultati elettorali nell’isola e sul litorale romano raccontano altro: pur non attecchendo le proposte di chi ha guidato il Paese negli ultimi cinque anni e di quanti se ne sono andati dal Pd sbattendo la porta alcuni mesi fa, sopravvive un elettorato convinto che i progressisti abbiano qualcosa da dire e da fare. Non fosse così, i loro crolli avrebbero avuto ben altre dimensioni.

La relativa tenuta è un successo che va a merito della faccia pulita del professor Fabrizio Micari, candidato scelto mesi fa dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, nel fallito tentativo di riproporre a livello regionale il modello di maggioranza di centrosinistra onnicomprensiva. Il problema delle alleanze si riproporrà alle politiche. Ma la sinistra-sinistra chiederà, prima, che Renzi si faccia da parte. Non accadrà.

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