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Puigdemont ora è un ricercato

Da Madrid ordine d’arresto europeo, il Belgio esamina la richiesta. «Mi candiderò anche dall’estero»

Catalogna, manifestanti in piazza a Barcellona: "Libertà per i prigionieri politici"

ROMA. Dal 3 novembre Carles Puigdemont è ufficialmente un ricercato. Al termine di una lunga giornata di riflessione Carmen Lamela, la giudice dell’Audiencia nacional di Madrid – che giovedì ha ordinato l’arresto di otto ex ministri del deposto governo catalano – ha firmato il mandato d’arresto europeo contro l’ex presidente, riparato a Bruxelles con altri quattro ex componenti dell’esecutivo. La richiesta è già stata tradotta e sarà esaminata oggi dall’ufficio del procuratore generale belga. «Nessuno può sottrarsi all'azione della giustizia» dichiara il portavoce del governo spagnolo, Inigo Mendez de Vigo, sottolineando tuttavia che gli arrestati potranno candidarsi: «Fino a quando non ci sarà una condanna definitiva, godono ancora di tutti i diritti civili».



Così mentre la Catalogna protesta in piazza, con decine di migliaia di persone che ieri sera sono tornate a manifestare in tutte le città al grido «Libertà» per l’immediato rilascio dei «detenuti politici», Puigdemont non lancia la sua nuova sfida: «Sono pronto a candidarmi alle elezioni del 21 dicembre anche dall’estero: posso fare campagna ovunque, è una società globalizzata. C’è bisogno di un governo legittimo, al riparo dai rischi della giustizia spagnola, che non può garantire niente. Ma con un governo in prigione queste elezioni non saranno indipendenti, neutrali, normali» dichiara in una intervista alla tv pubblica belga Rtbf. «Sono pronto a consegnarmi alla vera giustizia (quella belga), ma non a quella spagnola» afferma, tornando a chiedere l’apertura di un dialogo. E denunciando in un tweet i «maltrattamenti» subiti dai membri del suo governo «durante il trasferimento in prigione».

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A suscitare reazioni indignate è un video del quotidiano “La Vanguardia” in cui poliziotti spagnoli prendono insultano il vice presidente catalano Oriol Junqueras: nelle immagini i tre agenti della Audiencia nacional ipotizzano le sevizie sessuali a cui il leader di Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), principale partito del fronte indipendentista, potrebbe essere sottoposto in carcere a Estremera («Lo metteranno a quattro zampe»), e lo offendono chiamandolo «orsetto», per via della corpulenza. Il legale di Junqueras e di altri consiglieri arrestati, Andreu Van den Eynde, spiega che gli otto carcerati «ora stanno bene e sono sereni» e che il momento più duro è stato proprio il trasferimento in prigione, durato oltre un’ora, nel cellulare della Guardia Civil. Le condizioni «non sono state adeguate», sottolinea, in quanto è «uno spazio di grande impunità in caso di comportamenti per nulla regolari di trattamento e maltrattamento dei detenuti o prigionieri». Sulle accuse, la polizia ha avviato un’inchiesta «riservata». In una risoluzione urgente, il comune di Barcellona guidato da Ada Colau ha chiesto intanto«la liberazione immediata di tutti i detenuti politici», ribadendo che l’esecutivo Puigdemont «è legittimo».

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Provato dopo aver trascorso una notte in cella in segno di solidarietà con i colleghi, Santi Villa, l’ex ministro che si era dimesso alla vigilia della dichiarazione di indipendenza e che ha conservato la libertà versando una cauzione di 50mila euro: «Hanno preso misure sproporzionate. È una situazione terribile. La soluzione non può che essere politica» ha detto, lanciando un nuovo appello al dialogo a Rajoy. Restano in carcere invece Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, i due leader indipendentisti in carcere da 18 giorni con l’accusa di sedizione: il loro ricorso è stato respinto. Anc e Omnium, le associazioni guidate dai “due Jordi” hanno convocato una grande manifestazione di protesta a Barcellona l’11 novembre. I catalani sembrano soli davanti alla loro battaglia. Il mandato d’arresto europeo «è una questione interamente per l’autorità giudiziaria, di cui rispettiamo l’indipendenza» commenta un portavoce della Commissione Ue, mentre i parlamentari Verdi al parlamento europeo denunciano il silenzio «assordante» delle istituzioni europee sulla vicenda catalana: «La questione è politica, non giudiziaria».

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