Quotidiani locali

Voci dai corridoi umanitari, l'accoglienza che funziona

Viaggio tra i siriani ospitati a Torino dal progetto che fa atterrare i profughi in aeroporto, evitando la traversata sui barconi della morte gestiti dai trafficanti. Arrivano in Italia dopo i controlli dei volontari di Sant'Egidio e della Fcei, oltre a quelli dell'ambasciata italiana in Libano. Tra di loro c'è chi ha aperto un ristorante, chi ha strappato contratti a tempo indeterminato e chi sta svolgendo tirocinii. Tutti, però, sono rinati nel nostro Paese

“Nessuno sa cosa ho dentro. Ho così tante cose nella testa, nel cuore…”. Il mistero di Jamal è tutto nel suo sguardo, che sembra sempre perso in chissà quale altrove anche quando ti punta. Oggi, insieme a sua moglie Wejdan e alla sua famiglia, è proprietario di un posto speciale: il ristorante Zenobia di Torino, che prende il nome dalla mitica sovrana siriana di Palmira che osò sfidare Roma. Dopo secoli le rovine del suo regno, patrimonio dell’umanità, sono state distrutte dalla furia iconoclasta dell’Isis. Come la sua regina, Jamal, è un uomo dai molti sogni. Anche Nazem e sua moglie Waad vengono dalla Siria e più precisamente da Homs. Lui parla quattro lingue – tra cui l’italiano - ed è laureato in topografia, ma si barcamena tra corsi e tirocini, mentre lei ha un contratto a tempo indeterminato come cuoca in un asilo. “Lo sai meglio di me – sorride Nazem – l’Italia è il Paese dei corsi gratuiti”. Mohamad fa un corso da receptionist e nel frattempo recita con altri migranti nello spettacolo “Joglando el viento”. Sua moglie Marwa sta svolgendo un tirocinio in un asilo nido. Sono arrivati in Italia appena sei mesi fa: il 28 aprile 2017.

I corridoi umanitari inaugurano il primo ristorante siriano di Torino

Cinque di mille. Jamal, Nazeem, Waad, Mohamad e Marwa sono cinque dei mille rifugiati giunti in Italia con i corridoi umanitari, sfuggiti ai pericoli del viaggio sui barconi della morte. Atterrati con l’aereo, in completa sicurezza, grazie al progetto della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) e della Comunità di Sant’Egidio. Senza oneri per lo Stato italiano, visto che i fondi arrivano dall’otto per mille alla Chiesa valdese. La sicurezza è completa anche per i cittadini italiani: i beneficiari non superano soltanto tre interviste da parte dei volontari, ma anche i controlli dell’ambasciata italiana in Libano.

 

Fuga dalla Siria, il Paese che non c'è più

Le testimonianze

Osama aveva un negozio a tre piani ad Homs, dove commerciava pneumatici. Nel suo mondo la parola “Italia” era sinonimo di qualità. Ci mostra con orgoglio dal cellulare le foto dei marchi “made in Italy” che trattava. Lui, sua moglie Ranja e i loro quattro figli erano una famiglia benestante. Poi un giorno le bombe hanno distrutto tutto quello che possedevano. Un destino che lo accomuna a Jamal, anche lui commerciante - e meccanico - ma nel settore dei ricambi per caterpillar e bulldozer. “Ho lasciato Homs perché il mio governo mi ha messo in carcere quattro volte. Non per motivazioni politiche – sottolinea - , ma solo perché aiutavo alcune persone povere che volevano mettere all’angolo. Portavo cibo, medicine per i bambini. Ero ricco e potevo farlo”. È qui che Jamal apre il suo telefono e ci mostra una sua foto con la barba lunga e un’altra con la schiena costellata di segni marroni: bruciature sigaretta, spiegherà più tardi. “L’ultima volta sono rimasto in galera sei mesi – prosegue – e ho perso più di venti chili. Quando sono uscito la mia azienda non c’era più. Tutto pulito, crollato. Erano quattro piani, non restava nulla”. La sua famiglia, per fortuna, c’era ancora. Jamal capisce, però, che è ora di fuggire. “Il mio nome era segnato, non so cosa mi sarebbe successo se fossi rimasto ad Homs”, spiega.

I proscritti del governo Assad. Jamal era entrato in una vera e propria lista di proscrizione. Su quell’elenco c’erano migliaia di altri nomi, inclusi quelli di altri due siriani che oggi abitano a Torino: Mohamad e Nazem. “Mi ero unito a un gruppo che si occupava di documentare quello che il governo fa alle persone”, spiega Mohamad che abitava a Damasco insieme a sua moglie Marwa. “Facevamo foto e video dei bombardamenti e li mettevamo su Facebook. Era un piccolo gruppo. Ma sono stato arrestato due volte. Ormai non potevo più restare lì. Ho affidato Marwa ad un autista, che l’ha portata legalmente in Libano. Io avevo paura di essere ricercato così ho preso un’altra strada per evitare i posti di blocco”.

Nazem, invece, non ha mai conosciuto l’orrore delle carceri siriane. “Ho sempre avuto un punto di vista contro Assad sin dai primi giorni della crisi. Perché all’inizio era una crisi politica – rimarca con forza – non una guerra. Un punto di vista particolare, infatti non andavo d’accordo neanche con gli islamisti, non credo che un dittatore sunnita possa essere meglio di Assad. Il governo mi ha chiamato per fare il servizio militare contro il mio popolo, ma io non volevo farlo”. Così nell’agosto del 2012 Nazem ha deciso di fuggire. Un cugino gli ha offerto una possibilità lavorativa in Nigeria: era il momento giusto per accettarla. “Avevo un reddito, ma ero irregolare, perché entrato senza documenti. Nel 2015 però la situazione economica è peggiorata e ho deciso di provare a tornare in Siria. Ero spinto anche da un’altra motivazione: nel 2014 avevo conosciuto su Facebook Waad e volevo sposarla”.

 

 

Nazem e Waad vengono dallo stesso villaggio, al-Hafer, che si trova nel distretto di Homs. Un posto così antico che è nominato anche nel Vecchio Testamento. Prima del contatto su Internet, però, non si erano mai conosciuti. “Quando ho provato a tornare in Siria, da disertore, speravo che il mio nome non fosse sulla lista del governo. Ma ho scoperto che c’era. Così ho mandato i miei genitori  al mio posto. Ci siamo fidanzati ufficialmente a ottobre 2014. Quando la situazione è diventata brutta in Nigeria sono partito per il Libano. Waad mi ha raggiunto nell’ultima settimana del 2015. Natale del 2015, in effetti, è il giorno del nostro matrimonio”.

 

L’imbuto di Beirut, dove “il lavoro è solo per i libanesi”

 

Waad e Nazem
Waad e Nazem

Secondo il rapporto dell’Unhcr “Global Trends” il Libano è il luogo che ospita più profughi rispetto al numero di abitanti: oltre un milione, su appena sei milioni di residenti. Per questo il Paese dei cedri, che non ha firmato la Convezione di Ginevra sui rifugiati, ha di fatto bloccato gli ingressi legali degli sfollati siriani. I profughi vivono nei campi, da cui non possono uscire, oppure in garage, piccoli appartamenti, sistemazioni di fortuna. “Inizialmente a Beirut ci eravamo ambientati bene – spiega Osama -, io ho trovato un posto prima in un negozio di calzature, poi in un ristorante. Ma il governo ha fatto una legge che impediva ai profughi siriani di lavorare. Sono cominciate spuntare le scritte in arabo: ‘Il lavoro è solo per i libanesi’”. Anche Nazem e Waad, che sono entrati in Libano legalmente, in breve tempo sono risucchiati nel vortice dell’irregolarità. “Avevamo ottenuto un visto per matrimonio di un mese con l’appoggio della chiesa – spiega Nazem – ma non si poteva convertire. Per farlo saremmo dovuti rientrare in Siria. E per me era impossibile”.

Corpi sottratti al mare. Nazem e Waad hanno passato più di sei mesi a Beirut, senza un reddito, in una città che è sempre più ostile ai profughi siriani. Nazem, disperato, valuta la possibilità di prendere la via dei Balcani: raggiungere la Turchia, imbarcarsi per la Grecia e poi risalire la spina dorsale dell’Europa fino alla Germania. Suo fratello, prima di lui, aveva portato a termine l’impresa. Nazem però non aveva fatto i conti con l’ostacolo principale: la volontà di sua moglie Waad. “Abbiamo litigato perché lei non voleva che io andassi da solo. Ma era troppo pericoloso partire insieme, io volevo arrivare in Germania per poi fare il ricongiungimento familiare”. Neanche per Ayman a Beirut la vita era facile, perché in Libano si ripropongono spesso le stesse dinamiche che dominano in Siria. “Io non potevo studiare in un quartiere dove le persone la pensano diversamente da me – racconta, con un sorriso amaro tra le labbra -, era pericoloso anche solo entrarci. Così non ho potuto riprendere l'università”. Secondo Mohamad la vita in Libano è addirittura peggiore che in Siria, perché la mancanza di lavoro, alla lunga, logora di più della guerra.

 

Mohamad e Marwa
Mohamad e Marwa

L’incontro con i corridoi. La speranza per Ayman arriva da un suo amico che conosceva un professore universitario italiano che insegna a Pisa: Paul Taker. All’orecchio di Mohamad la voce dell’esistenza dei corridoi umanitari è giunta tramite il fratello che abita a Milano. Ranja ha trova le informazioni necessarie su internet ed invia una mail. Le notizie che arrivano tramite il gruppo della chiesa ortodossa che Nazem e Waad frequentano, distolgono lui dal proposito di prendere il mare. Jamal viene contattato tramite alcuni medici che lo hanno seguito, perché ha delle schegge di bomba in una gamba che la rendono quasi insensibile. La sua famiglia dopo aver superato le tre interviste dei volontari e i controlli dell’Ambasciata italiana in Libano, accetta di fare un documentario sulla loro partenza: Portami via , di Marta Santamato Cosentino. “Il mare è calore e dolcezza – dice Jamal nel documentario -. Però oggi ha due significati. Sì perché normalmente il mare è calore e dolcezza. Ma al giorno d’oggi il mare significa morte”.

 

 

Rinascere in Italia

 

Jamal, Wejdan, Talal
Jamal, Wejdan, Talal

La tavola imbandita del ristorante Zenobia parla per Jamal. È un trionfo di salse, spezie, carne, pesce, verdure. È una celebrazione della vita, dei suoi colori. Sediamo a tavola con sua moglie Wejdan, il figlio Talal ed Elisabetta Libanore responsabile dell’accoglienza dei corridoi umanitari a Torino per la Diaconia valdese. “Ospitiamo circa 50-60 persone – spiega Libanore – tutte arrivate in tempi differenti e con livelli diversi di autonomia. Noi gli offriamo un’assistenza materiale: una casa e i mezzi di sostentamento”. Già alla fine del primo anno, però, i beneficiari devono partecipare alle spese per l’accoglienza e iniziare a camminare con le loro gambe, un passaggio che preoccupa molti di loro. “Anzitutto devono imparare la lingua – spiega ancora Libanore -, senza quella purtroppo non si va da nessuna parte, vista la grande concorrenza di stranieri che parlano l’italiano in città. Oggi vediamo già i primi risultati: l’apertura del ristorante è un caso eclatante, ma ci sono studenti che superano test d’ingresso e si guadagnano borse di studio all’università, c’è chi ha aperto un banco al mercato”.

Le lacrime di Jamal. Un percorso che costa lacrime e sudore e presuppone non solo la capacità di lasciarsi la Siria, il Libano, la guerra, la fame, gli stenti alle spalle, ma anche quella di ambientarsi in una realtà differente da quella di casa. “A volte ho litigato con Elisabetta e con gli organizzatori – spiega Jamal -, ma come si litiga con gli amici leali. Loro mi dicevano: ‘Non vuoi imparare l’italiano, non vuoi trovare lavoro’. Ti giuro, qualche volta quando restavo solo ho pianto: pensavo ma come, proprio io che in Siria sono stato incarcerato per aiutare gli altri! Ma non mi sono scoraggiato. Prima di arrivare in Italia un mio amico mi ha detto: ‘Chi cerca trova’. Allora ho iniziato a camminare per Torino. Camminavo per 10 ore al giorno. Conosco la città meglio dei torinesi”. In un’altra vita Jamal è stato un ristoratore: in uno dei suoi molti viaggi, in Malaysia. Nel periodo più critico della sua vita ha avuto l’idea giusta, ha capito che anche in Italia poteva tentare la via della gola. Tra lui e il suo sogno, però, c’era un ostacolo apparentemente insopportabile: i soldi. “Non sapevo dove prenderli – spiega – io in Siria ho perso tutto e in Italia ottenere un prestito è troppo complicato. Così ho chiamato qualche buon amico. Per primo un cugino di mia moglie, che vive in Olanda. Poi un’altra persona. Per ultimo un mio assistente, un ragazzo che lavorava per me in Nigeria. Quando si è sposato gli ho pagato tutto, anche la casa. Era felice di potermi aiutare. Grazie a Dio nessuno mi ha detto di no. E ora ho il mio ristorante”.

Lotta con la burocrazia. Certo, se Jamal pensava di aver superato tutte le difficoltà tirando su le serrande del locale, non aveva fatto i conti con la burocrazia e le tasse italiane. “Io vorrei restituire i prestiti, ma attualmente non posso. Riesco solo a sostenere la mia famiglia, sei persone che lavorano tutte con me, poi pago tante sigle di cui non conosco il significato, tipo l’Iva. Ultimamente mi hanno detto che devo pagare 13mila euro al comune per tre parcheggi, un debito che ha fatto chi gestiva il ristorante prima di me. I soldi me li hanno chiesti tutti insieme, altrimenti mi chiudono il negozio”. Per questo Jamal ci tiene a fare un appello allo Stato italiano: “Io non ho mai chiesto nulla: ho aperto questo posto senza nessun aiuto, ma almeno aspettate un po’ di tempo prima di chiedere le tasse a noi imprenditori rifugiati che proviamo a ricominciare. In Siria, dove c’è la guerra, chi apre un’attività per i primi due anni non paga nulla”. 

Un contratto a tempo indeterminato. Anche Nazem e Waad si sono rimboccati le maniche e si scontrano quotidianamente con il mondo del lavoro italiano. Lei è l’unica beneficiaria del progetto di Torino con un contratto a tempo indeterminato: lavora per tre ore al giorno come cuoca in un asilo. Nel frattempo studia Lettere all’Università. Nazem è stato risucchiato nel vortice dei tirocini e dei corsi gratuiti. “Ho fatto un corso da 800 ore come tecnico per l’ambiente, uno per addetto alla logistica con patente per il muletto. Poi ho fatto alcuni laboratori con l’Anmi, l’associazione dei mediatori culturali. Parlo bene l’italiano, l’inglese, l’arabo e sto studiando il francese. Al momento ho un contratto di tirocinio con un’azienda che si occupa di ripartitori di calore. A breve inizierò a fare il lettore di arabo, per poche ora alla settimana, all’università di Torino”.

L’accoglienza dei piccoli comuni. Il primo impatto con la cultura italiana di Nazem e Waad è stato senza dubbio particolare. Abitavano in un agriturismo della Val Chisone, a Pinasca, insieme a un’altra famiglia e a una donna sola. Vivevano a stretto contatto con i proprietari, che avevano un loro appartamento nel complesso. Di quel periodo Nazem ricorda l’immediatezza dei rapporti che è propria dei piccoli centri e che riesce a superare anche le barriere linguistiche. “La signora Daniela era una donna fantastica e io la ringrazierò sempre – ricorda l’uomo -. Parlava solo poche parole d’inglese e naturalmente non conosceva l’arabo. Per me quella è stata una palestra d’italiano importantissima: lei cucinava per noi, dovevamo avere dei rapporti quotidiani e comunicare. Abbiamo iniziato a capirci con i gesti. La prima domenica che abbiamo passato in Italia sono riuscito a farle capire che io e Waad siamo cristiani e siamo andati a messa insieme. È stata una grande emozione. Nei piccoli centri non ci sono le complicazioni della grande città. Tutto è più facile e immediato”. 

“Papa Francesco aiutami a prendere la patente”. All’interno dei corridoi nessuno sta con le mani in mano. Marwa ha iniziato un tirocinio in un asilo nido, mentre Mohamad che è laureato in economia del turismo sta per iniziare un corso da receptionist. Osama vive a Luserna San Giovanni insieme a Ranja e ai suoi quattro figli, che vanno tutti a scuola. Da commerciante di pneumatici è diventato tirocinante di un’azienda del settore, la Bolla pneumatici, che lo ha richiamato per un secondo stage. La cosa che gli manca di più della Siria è la possibilità di guidare. “Voglio ringraziare Papa Francesco – esordisce -, che parla sempre bene dei rifugiati. E voglio rivolgergli un appello: può impegnarsi per far riconoscere la nostra patente in Italia? Mi piacerebbe che ci aiutasse a fare questo e ad avere la cittadinanza il prima possibile”. Ranja invece è una segretaria perfetta per la Diaconia valdese, gli stessi operatori di Luserna San Giovanni la definiscono “estremamente puntuale e precisa”. Anche Ayman, ora, sta cercando di ricominciare: oltre all’Università sta per iniziare un corso da sarto, altra passione che porta con sé dai tempi dell’Università a Damasco.

 

L'Italia che piace all'Europa

 

 

È venerdì 27 ottobre. Centoventitré siriani, bambini con bandiere italiane sventolanti in testa, varcano il cancello degli arrivi di Roma Fiumicino. C’è una coppia di novelli sposi che ha celebrato il matrimonio appena dieci giorni fa in Libano. Ad accoglierli, il fratello del marito: un ragazzo 19enne che li ha preceduti di un anno e oggi parla perfettamente italiano. Ha portato con sé un bouquet, che i due mostrano raggianti ai fotografi. Nella folla che dà il benvenuto ai profughi spunta anche una fascia tricolore, simbolo dell’Italia meno raccontata, quella solidale: dove i comuni non alzano le barricate, ma accolgono. A fine giornata i centoventitré si diperderanno tra le province di Venezia, Padova, Ferrara, Udine, Gorizia, Mantova, Torino, Milano, Bergamo, Varese, Roma, Arezzo, Napoli, Trento, Ancona, Ragusa e Genova.

Gli ultimi arrivi del primo ciclo di corridoi umanitari

Il sindaco dell’accoglienza. La fascia tricolore è quella di Francesco Casciani, primo cittadino di Collegno in provincia di Torino, che è venuto a dare il benvenuto a una famiglia di sei siriani. “Noi siamo una città di pace – sottolinea Casciani – questa è la scelta giusta, umana, sensata per portare qui delle persone in gravissima difficoltà in maniera sicura”. Al suo fianco c’è Lucetta Sanguinetti, volontaria della Fabbrica della Pace, associazione che ha messo a disposizione l’appartamento che ospiterà i siriani. Sorride con gli occhi quando la famiglia spunta dal cancello degli arrivi di Fiumicino, abbraccia i bambini, li coccola con fare materno. “Ho aspettato moltissimo questo momento”, ci confida. La famiglia accolta a Collegno viene da al-Mitras, una cittadina tra Homs e Tartus a maggioranza sunnita. “Eravamo una minoranza in una zona di altre confessioni – racconta il padre, Mustafà -. Con il passare degli anni il mio villaggio è stato attaccato, c’è stata una vera e propria pulizia etnica. Siamo dovuti fuggire, ci siamo anche persi nel viaggio. Avevamo una vita dignitosa, ma la guerra ci ha portato via tutto”.

Un modello per tutta l’Europa. La prima siriana ad atterrare in Italia fu la piccola Falak, il 4 febbraio 2016. Aveva un sorriso stupendo e la benda sull’occhio malato di tumore, guarito grazie alle cure dell’ospedale Bambino Gesù di Roma. Arrivò con sua madre, suo padre e il fratellino. Ora i corridoi umanitari hanno raggiunto quota mille profughi salvati dai barconi della morte, quella che il progetto si era prefissato in partenza, quando è stato siglato il Protocollo tra Sant’Egidio la Fcei e il ministero degli Interni. Ma i corridoi non finiscono qui. La Cei ha organizzato un canale di fuga sicuro per 500 persone dall’Etiopia.

Il viceministro Mario Giro, presente a Fiumicino, ha fatto sapere che “il ministero degli Interni e degli Esteri rinnoveranno i corridoi umanitari che sono stati un vero successo, per chi viene e per chi accoglie. Oggi sono un modello in tutta Europa”. Paolo Naso, coordinatore del progetto in seno a cui è nata l’idea, Mediterranean Hope, ha ricordato che solo qualche giorno fa “il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha annunciato che intende proporre nuovi ‘corridoi umanitari’ per 40mila persone”. A livello di singoli stati la Francia ha già replicato il progetto. Ci osserva da vicino anche la Germania di Angela Merkel, che sembra intenzionata ad affidare la gestione ai Lander, i governi delle regionali della Repubblica federale tedesca. “Abbiamo dimostrato che è possibile governare un fenomeno che viene descritto come ingovernabile – spiega ancora Paolo Naso -. È un modello sicuro non solo per chi parte, che anziché affidarsi agli scafisti prende un aereo di linea e entra con un visto, ma anche per chi accoglie. Onestamente è difficile immaginare cosa accade e chi sale sui barconi. Le persone dei corridoi umanitari sono persone che vengono lungamente seguite e monitorate, i loro nomi sono verificati prima dell’’ingresso in Italia”.

L’accoglienza partecipata che funziona. A Gioiosa ionica, in provincia di Reggio Calabria, i corridoi hanno portato una famiglia siriana con competenze nel campo agricolo che oggi lavora su terreni confiscati alla criminalità organizzata. “In una terra di spopolamento – spiega ancora Naso -, dove le arance non si raccolgono neanche più perché non conviene, un piccolissimo gruppo di migranti ha dato vita a un’azienda agricola. Un modello che ci dice quale debba essere una strategia d’accoglienza: sicuramente diffusa, evitando i grandi centri, ma anche partecipata dalla società civile, con parrocchie, associazioni, comuni che prendono per mano queste persone e le accompagnano in un percorso d’inserimento”. Un chiaro esempio di accoglienza partecipata è il progetto “Io accolgo” portato avanti dalla Diaconia valdese, Arci Pinerolo e Officine creative Santa Croce. “Abbiamo ideato una sorta di adozione delle famiglie siriane – spiega Alice Squillace della Diaconia valdese – un sostegno che può essere una tantum o più strutturale. Serve a coprire le spese a cui le famiglie vanno incontro: abbonamenti a mezzi di trasporto, materiale per le scuole per i bambini o borse di lavoro per tirocini”. Un’iniziativa presentata attraverso momenti di incontro culturale: dalle cene siriane al ristorante Zenobia con musica tradizionale allo spettacolo teatrale “Rosso di Siria”, che racconta la vita di quattro donne a Kobane.

Io accolgo, il progetto per l'adozione di una famiglia siriana  

Le criticità: appunti per un futuro migliore. Naso tuttavia non nasconde alcune criticità del progetto: a livello macroscopico ne individua due. “Anzitutto le persone che abbiano accolto sono quasi tutti siriani che vengono dal Libano – spiega -, noi dobbiamo essere consapevoli che quella non è l’unica realtà che vive una crisi. Il secondo elemento di criticità è nelle norme europee: il Regolamento di Dublino costringe il richiedente asilo che arriva in Italia a restare in Italia. Anche se ha legami parentali altrove. È una cosa totalmente innaturale. Ora il Parlamento europeo ha elaborato una proposta di riforma di questo regolamento, che andrà al Consiglio europeo e vedremo cosa succederà”. 

In piccolo la questione è quella degli abbandoni volontari: sessantacinque persone su mille hanno lasciato l’accoglienza dei corridoi, per cercare altrove, presumibilmente in Germania, la possibilità di ricostruirsi una vita. “Per noi è una criticità – ammette Naso -, anzitutto perché il loro visto è garantito per l’Italia, ma soprattutto perché interrompere i percorsi d’integrazione significa bruciare delle risorse. Riteniamo che l’abbiano fatto per congiungersi con i loro parenti all’estero. Così la vera questione diventa quella di maggiore flessibilità nelle politiche europee di accoglienza: se ci fossero corridoi anche negli altri paesi, chi volesse potrebbe raggiungerli senza prendere la via tortuosa dell’Italia”.

 

 

TrovaRistorante

a Livorno Tutti i ristoranti »

Il mio libro

CLASSICI E NUOVI LIBRI DA SCOPRIRE

Libri da leggere, a ciascuno la sua lista