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Le battaglie politiche e il prezzo da pagare

L’analisi

L’11 settembre 2013 in Catalogna è un giorno di protesta. Si sta celebrando la Diada, il momento in cui cambiò tutto: in quella stessa data, nel 1714, Barcellona cadde nelle mani delle truppe borboniche. Quella sconfitta militare è da tempo una ferita aperta nel cuore dell’indipendentismo catalano – che non a caso durante ogni partita casalinga del Barcellona fa sentire la propria voce a 17 minuti e 14 secondi dall’inizio – ma lo è diventata ancora di più negli ultimi anni: da quando, nel 2010, la Corte suprema dichiarò incostituzionali alcuni articoli dello Statuto approvato nel 2006.

Quell’11 settembre 2013 gli animi sono già caldi, perché si chiede la convocazione di un referendum per l’indipendenza del 2014: lo stesso che verrà poi derubricato a consultazione informale, dopo il mancato riconoscimento da parte di Madrid. Tra chi scende in piazza in varie città e chi forma la catena umana di 400 chilometri convocata in tutta la regione dall’Assemblea nazionale catalana, nella città costiera di Mataró c’è un piccolo gruppo di ragazzi ancora più irrequieto: i militanti di Arran, organizzazione giovanile di simpatie marxiste, che a un certo punto si staccano dal corteo. Hanno preparato un cartellone gigante – 4 metri per 2, composto da tanti fogli A4 – con l’immagine dell’allora re di Spagna, Juan Carlos. Lo srotolano, lo appendono a testa in giù, ci buttano sopra dell’alcool e gli danno fuoco.

Due di loro vengono accusati di oltraggio alla Corona: il 23enne Jordi Nogue Hernández e il 22enne Guifré Peguera Comas. Non contestano mai i capi d’accusa, ma anzi trasformano il processo in una vetrina per le proprie rivendicazioni politiche: pur parlando perfettamente lo spagnolo, chiedono e ottengono di poter deporre in catalano, con l’ausilio di un interprete; si presentano davanti al giudice con una maglietta arancione, su cui è scritto “Io brucio anche la bandiera spagnola”, che il magistrato stesso impone di indossare capovolta. Rifiutano ogni accordo extragiudiziale: vogliono arrivare a sentenza, nonostante il rischio di una condanna per 6 mesi di carcere commutabili in una multa da 11mila euro ciascuno. Alla fine vengono condannati, da un giudizio abbastanza soft (900 euro di multa) che da un lato salva la dignità dello Stato di fronte al vilipendio e dall’altro dimostra di recepire le ragioni politiche del gesto.

La Spagna è questa, nel piccolo e nel grande. È un Paese civile e democratico – come ha dichiarato in questi giorni il presidente del Parlamento europeo, Tajani – che Puigdemont non può far passare per la Corea del Nord o il Venezuela. Il presidente della Generalitat non è un perseguitato, e se davvero lo fosse sta sbagliando tutto: anziché fuggire a Bruxelles, mascherando di europeismo un tentativo di salvare se stesso, dovrebbe affrontare la giustizia a testa alta, rivendicando l’alto valore politico delle sue scelte. Sarebbe la Spagna a perderci, soprattutto a livello di immagine: ne farebbe un nuovo Mandela, ridarebbe vita a tutto quel movimento che – seppure non indipendentista – chiede a Madrid un approccio diverso sulla questione catalana.

La storia europea è piena di gesti politicamente coraggiosi, compiuti da persone disposte a sacrificarsi per un’idea. Giusta o sbagliata che sia. In Italia c’è l’esempio dei radicali, che – anche agli occhi di chi non ne condivide le battaglie – sono una testimonianza notevole. Marco Cappato si è autodenunciato più volte alle forze dell’ordine per aver aiutato dei malati a morire in Svizzera, con l’obiettivo dichiarato di «mettere lo Stato di fronte alle proprie responsabilità». Rita Bernardini ha fatto lo stesso, per anni, con la coltivazione di cannabis, per aprire un dibattito sulla legalizzazione: si chiama disobbedienza civile, e il suo valore va ben oltre il merito delle questioni sollevate. Il fatto che non lo capisca il leader di una Regione che aspira a diventare indipendente è piuttosto singolare, e può derivare da due cose: miopia politica o mancanza di coraggio. In nessuno dei due casi è un bel segnale, per un aspirante capo di Stato.

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