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«Ma Giulio è stato ucciso in Egitto»

Il senatore Manconi: il nodo della questione restano gli apparati di al-Sisi

ROMA. «Sono novità importanti, ma che non raggiungono il cuore della questione, che sta tutto nel regime di al-Sisi, nelle sue dinamiche di potere e nei comportamenti criminali degli apparati dello Stato egiziano. Giulio è stato ucciso in Egitto dagli egiziani». Luigi Manconi, presidente della commissione del Senato per i Diritti umani, invita a non distrarsi troppo dalla vera questione che riguarda l’assassinio di Giulio Regeni.

Perché è perplesso?

«Il capitolo di Cambridge non riguarda le sevizie, le torture e l’assassinio di Giulio Regeni. Su questo non abbiamo alcuna novità, nemmeno dopo la decisione di rimandare al Cairo l’ambasciatore. Una fiducia motivata su una presunta apertura del regime e della procura egiziana, da cui dovevano scaturire risultati positivi, cosa non accaduta».

Ma dall’università può emergere qualcosa che aiuti ad arrivare ai colpevoli, non crede?

«Tutto è possibile, non conosco le strategie di un eccellente procuratore come Pignatone. Quanto sta emergendo, riguarda i comportamenti non limpidi dell’università di Cambridge e della tutor, la correttezza e la responsabilità sui dottorandi, le linee guida della ricerca, i protocolli dell’indagine scientifica. Cosa c’entra con il crimine che conosciamo? Nulla».

Però Giulio sarebbe stato ucciso a causa delle sue ricerche.

«È stato un errore capitale affidare un ruolo di tutor a una persona che non poteva essere libera e i cui familiari, all’interno di un regime, erano ricattabili. Non so, lo dico con sincerità, se ciò abbia contribuito a determinare gli eventi successivi».

È utile sentire gli studenti di Cambridge?

«Sì, a patto che non si colga la palla al balzo per alimentare grossolane cospirazioni e chiamare in causa fantomatici servizi segreti internazionali.

Non so se vada escluso il ruolo dei servizi inglesi, ma Regeni è stato ucciso da apparati egiziani. Lo scenario ampio confonde e finisce per annacquare tutto mentre il cuore di questa vicenda è un regime che tutti i giorni uccide e imprigiona altri giovani egiziani».

Cambridge ne esce male.

«Si sono comportati male e il loro prestigio ne esce fortemente compromesso. A quell’errore iniziale si aggiunge la reticenza di sottrarsi alle indagini italiane. Però emerge un tratto che rasserena: Giulio era prudente, consapevole dei rischi e andava avanti solo per amore della ricerca».

Si riferisce alle insinuazioni fatte a livello politico?

«Negli ultimi mesi mi è capitato di sentire autentici

mascalzoni, saccenti presuntuosi o uomini di mondo che hanno trattato Giulio come uno sprovveduto, vittima della propria infantile passione, un po’ avventurista e un po’ militante. Descrizioni davvero rivoltanti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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