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Catalogna, ultimo atto: «Sì all’indipendenza»

Festa nelle strade, ma premier spagnolo destituisce governo di Puigdemont. Rajoy: «Atto criminale. Verrà restaurata la legalità». Elezioni il 21 dicembre

Catalogna, Puigdemont dichiara l'indipendenza dopo il voto

ROMA. La bandiera spagnola non sventola più con quella catalana sul Palazzo del “Parlament” di piazza Sant Jaume a Barcellona. Quando è stata ammainata migliaia di manifestanti secessionisti sono esplosi in un boato. All’interno del palazzo i deputati presenti cantavano l’inno “Els Segadors”, per poi urlare “Visca la Repubblica!”, ovvero “Viva la Repubblica!”. Avevano appena votato, con un atto unilaterale, l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna. Governo commissariato. «Oggi il parlamento del nostro Paese ha fatto un passo lungamente atteso e combattuto. Continueremo nelle prossime ore in modo pacifico, con dignità e civismo responsabile», ha dichiarato il presidente del governo catalano Carles Puigdemont. Nel frattempo il Senato di Madrid approvava l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che permette al governo centrale di commissariare quello regionale. Il premier Mariano Rajoy ha definito il voto di Barcellona un «atto criminale» e ha spiegato che «lo Stato reagirà con misura ed efficacia». E in conferenza stampa ha annunciato la destituzione di Puigdemont, degli uomini del suo governo e lo scioglimento del “Parlament” catalano, che andrà a nuove elezioni il 21 dicembre. Mosse che non «servono a sospendere l’autonomia, ma a far tornare la legalità», spiega Rajoy. La Procura generale spagnola è pronta a incriminare i vertici del governo destituito per ribellione. I capi della rivolta rischiano fino a trenta anni di carcere.

Catalogna, Rajoy sull'indipendenza: "Reagiremo con moderazione ed efficacia"



Un dialogo tra sordi. Il solco scavato tra Madrid e Barcellona è il risultato di due mesi di muro contro muro tra il “Govern” di Puigdemont e il governo di Rajoy. A iniziare le schermaglie sono stati i catalani il 6 settembre, quando il “Parlament” ha approvato la legge per convocare il referendum per l’indipendenza, che prevedeva però una dichiarazione unilaterale di secessione dalla Spagna in caso di vittoria del sì. Una consultazione che, posta in questi termini, ha incontrato il veto immediato della Corte costituzionale iberica. Il primo ottobre, giorno del voto, si è consumato lo strappo. Con i seggi occupati dai manifestanti catalani al grido di “Voterem” e le forze dell’ordine di Madrid con i manganelli lucidi. Nel mezzo i Mossos d’Esquadra, la polizia catalana che ha deciso di non usare la forza contro i suoi cittadini. Alla fine della giornata anche Human rights watch ha definito «sproporzionata» la violenza usata dalle autorità spagnole, che nel giorno del referendum hanno ferito oltre novecento cittadini pacifici. La consultazione si è tenuta nel caos e nelle violenze, ma il risultato, raccolto dalle autorità catalane, è un plebiscito: 90% dei consensi per il sì. Il 10 ottobre Puigdemont ha chiesto al “Parlament” di votare l’indipendenza e di sospenderne al contempo gli effetti. Niente più che un gioco di prestigio, in attesa di una mediazione destinata a non arrivare. Il 21 ottobre Rajoy ha annunciato l’applicazione dell’articolo 155. La dichiarazione d’indipendenza è l’ultimo atto di un dialogo tra sordi.

Girona, bandiera catalana al posto di quella spagnola sulla sede del municipio



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