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Investire sull'acqua per non morire di sete

Sono 3 miliardi le persone che vivono in scarsità d’acqua, e oggi bere acqua non potabile provoca più morti di qualsiasi forma di violenza, inclusa la guerra. 10.000 i morti al giorno per sete e inquinamento della risorsa. Numeri impressionanti di una tragedia conclamata che merita un’attenzione globale. Accesso all’acqua e mutamenti climatici rappresentano due punti chiave dell’agenda mondiale per la sostenibilità. Occorrono politiche mondiali sia per contrastare l’aumento della temperatura e i conseguenti effetti climatici, sia per risolvere i numerosi conflitti locali per l’accesso all’acqua, a partire dal dramma dell’Etiopia.


Di acqua nel mondo ce n’è tanta, ma è distribuita in modo diseguale nel tempo e nello spazio se consideriamo che il 72% della superficie del nostro pianeta è acqua, e del totale il 97% è mare e fiumi, l’1% acqua dolce, il 2% si presenta sotto forma di ghiaccio e neve. L’obiettivo di garantire a ogni cittadino della Terra un minimo vitale di risorsa idrica è tecnicamente raggiungibile, con accordi politici, investimenti in infrastrutture, innovazione tecnologica e gestionale.


Occorre una governance che affronti le emergenze e investa risorse importanti, considerato che comunque la spesa di cittadini, aziende e Stati per fronteggiare le calamità naturali è già oggi enorme (30 miliardi l’anno). Un’agenda mondiale, dunque, proposte concrete per fronteggiare un’emergenza che a più livelli – dal Pakistan, dove 60 milioni di persone vivono in povertà, all’Australia, paese sogno per molti giovani di oggi – è drammatica.

L’Italia è un caso tipico di questo paradosso: abbiamo più acqua della media europea eppure siamo in emergenza idrica in 12 regioni su 20 da otto mesi, con danni all’agricoltura, una riduzione della produzione idroelettrica, disagi alla distribuzione di acqua potabile, con effetti su turismo e industria e, quindi, sulla competitività del Paese. Anche in Italia il problema è tecnicamente affrontabile. Serve una politica per gli invasi e gli stoccaggi d’acqua a partire dai 2.000 bacini di accumulo definiti dalla nuova legge di bilancio. Una soluzione che potrebbe essere piuttosto rapida (qualche anno), mentre ridurre le importanti perdite di rete (38%) è una strategia di lungo periodo (10/20 anni), se si continua ad avere una tariffa idrica che è metà di quella europea.
Serve una politica per il contrasto e la prevenzione degli eventi estremi e delle alluvioni: casse di espansione, bacini di accumulo nelle aree urbane, sistemi di drenaggio compatibili con le nuove portate di pioggia, rinaturalizzazione dei corsi d’acqua interrati. L’ultimo disastro di Livorno insegna, e può aiutare sapere che l’11% del territorio del nostro Paese, per un totale di sette milioni di italiani coinvolti, è a forte rischio idrogeologico.
Insomma servono investimenti, e serve una “mano” unitaria, che unifichi le capacità operative dei troppi enti oggi competenti: Stato, Regioni, Comuni, gestori idrici, Consorzi di bonifica ed irrigui, Comunità montane. Anche nel caso Italia quello che spendiamo ormai in “gestione delle emergenze” è enorme (6 miliardi di euro i danni stimati all’agricoltura in questi mesi di siccità) ed è quindi confrontabile con una pianificazione di spesa nella prevenzione. Il gioco “non spendiamo, e speriamo che non succeda nulla” non funziona ormai più da tempo.
Ma l’Italia può andare a testa alta. Negli ultimi anni si è fatto molto. La creazione di #Italiasicura, l’Unità di Missione per il Dissesto Idrogeologico istituita presso la Presidenza del Consiglio, la nomina dei presidenti delle Regioni come Commissari per il rischio idraulico, l’avvio di un piano organico di finanziamenti e stanziamenti per opere strutturali, la nuova tariffa idrica e gli investimenti che ne derivano. Occorre dare ancora più concretezza a questa politica, per “fare” le cose rapidamente, spendere i soldi pubblici che sono già disponibili, aprire quel “cantiere Italia” sull’acqua e sulle sue infrastrutture.


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