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Referendum. Paese spezzatino: corsa per l'autonomia Padana

Non solo resurrezione del Lombardo-Veneto, purtroppo senza Maria Teresa. Anche rilancio di Granducato di Toscana, Repubblica Ligure, Ducato di Parma e Modena, Regno delle Due Sicilie e avanti Savoia. Lo Stato pontificio no: quello non è mai morto, si è ristretto. Quanto a San Marino, Dio lo conservi: non dà fastidio a nessuno, a qualcuno fa comodo. Indietro tutta, povero Giorgio Napolitano. Con le energie che solo un invitto comunista può conservare oltre gli 80, egli ispezionò da cima a fondo lo Stivale nel 2011 per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Il giorno dopo la data canonica, ebbe l’ardire di recarsi a Varese, nella tana del lupo: la Lega. S’è distratto un attimo e gli stanno mettendo sotto il naso uno spezzatino. Non è più compito suo cucinarlo, c’è Mattarella. Ma sai com’è.

La sindrome da autonomia s’è diffusa come un contagio: la vogliono anche Piemonte, Liguria, Puglia, Toscana e in Emilia hanno pensato che una bella secessione dalla Romagna non sarebbe male. Conti separati davanti all’elemosiniere centrale.

Il tutto avviene alla vigilia della prova del nove che in verità sarà un numero zero: il referendum per il riscatto fiscale di Lombardia e Veneto – perché di questo si tratta, maneggiare più soldi sotto il vestito casto delle competenze – avrà il valore di un sondaggio. Né più né meno. La consultazione non è vincolante e se è ancora in ballo la Catalogna intenzionata a Madrid, che l’ha subito messa in riga, figuriamoci quanto impiegheranno i signori di Milano e di Venezia per avere libero accesso con una tessera speciale ai serbatoi del Tesoro. E tuttavia sul piano politico, anche se si prevede tra il 30 e il 40 per cento il numero dei votanti, il che significherebbe referendum non valido in Veneto (la Lombardia è stata più furba), sul piano delle ciance da Transatlantico, dicevamo, la data del 22 ottobre lascerà il segno.

In parte lo ha già lasciato. Da quanto non vedevamo insieme a una conferenza stampa di incoraggiamento al voto l’ex premier Silvio Berlusconi e l’ex ragazzo del Viminale Roberto Maroni? Da una vita. Chissà come ha rosicato Salvini, da una parte indotto a dire che due più due fa cinque, come il matto, dall’altra, costretto ad ammettere che fa quattro, tipico del nevrotico.

Fuori di metafora, al segretario non va giù che lo specchio leghista identifichi nel profilo di Maroni il più bello del reame. Ma il ragazzo è scaltro, seppur a fatica deglutisce: il successo personale del governatore lombardo può condizionare il derby col Cavaliere per la leadership del centrodestra e quindi per le poltrone di Palazzo Chigi.

Il piatto della bilancia pendeva verso il felpato pilota del Carroccio fino a qualche mese fa. Poi il mago di Arcore si è ripreso la scena con due battute, sulla moglie di Trump e sui bidet regalati ai libici per le abluzioni nelle parti basse. Così siamo ridotti. Il referendum a trazione leghista, in caso di esito accettabile, può cambiare qualcosa, quanto meno sull’asse Milano-Venezia.

Se lo strano oggetto del desiderio chiamato autonomia fosse il piatto forte del futuro governo nazionale, potremmo sciogliere le Camere domani e andare subito al voto, senza comizi: la vogliono tutti, Forza Italia, Movimento Cinque Stelle, anche il Pd frantumato. Folla al seguito degli apripista Maroni e Zaia. Dal Monviso al tavoliere delle Puglie, i governatori scoprono di voler contare di più e dimenticano che uso si è fatto del potere nelle Regioni a giudicare dalla messe di inchieste giudiziarie. Ma ragioniamo: se l’esigenza autonomista è condivisa, se ciascuno ha una ragione per reclamarla, questione settentrionale, residuo fiscale, inefficienza del sistema centralizzato,
problemi del Sud, è il caso di sprecare pubblico denaro con i referendum o di aprire una trattativa romana anche per il Molise che fin qui non ha rivendicato nulla?

È la politica, bellezza! La politica! E tu non ci puoi fare niente.

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