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Catalogna, verso la resa dei conti senza un mediatore vero

L'opinione

Tempo: di questo fattore, sempre decisivo in politica, hanno bisogno le élite politiche catalane e spagnole per cercare di allontanare una resa dei conti che potrebbe rivelarsi traumatica e che la loro insipienza ha drammaticamente accelerato. Alla proclamazione dell’indipendenza, sospesa meno di un minuto dopo, da parte di Puigdemont, segue il passo ufficiale del governo spagnolo che chiede al presidente della Generalitat di rispondere entro cinque giorni se, davvero, quell’indipendenza è stata proclamata.

L’ambiguo discorso del leader catalano puntava a gettare la palla nel campo avversario, costringendo Madrid a scegliere tra scontro frontale e un negoziato dall’esito scontato. A sua volta Rajoy ha ribattuto oltre la rete, chiedendo a Puigdemont di chiarire definitivamente le sue intenzioni. La frenata dei due leader consente di raffreddare, almeno per qualche giorno, una temperatura politica ormai al calore bianco ma allo stesso tempo, scontenta i duri di entrambi i campi.

A Barcellona il rinvio dell’indipendenza provoca la rottura della strana maggioranza composta dal centrodestra del Pdc, dalla Sinistra repubblicana catalana e degli anticapitalisti del Cup, che appoggiavano dall’esterno l’esecutivo. Dopo la rinuncia tattica di Puigdemont, il Cup esce ora dalla maggioranza. Mossa che potrebbe condurre a una crisi del governo regionale e a nuove elezioni in Catalogna. A Madrid, invece, il pugno, apparentemente, morbido di Rajoy, che per ora invia lettere anziché blindati, provoca il malcelato dissenso di Ciudadanos, partito centrista radicale che fa parte del governo e considera “traditori” gli indipendentisti catalanisti, nei confronti dei quali invoca misure draconiane.

Difficilmente Puigdemont poteva spingersi oltre. L’isolamento politico dei catalanisti in Europa, i pesanti distinguo di Ada Colau, sindaco di Barcellona, le affollate manifestazioni degli unionisti locali, hanno fatto emergere le fratture nella politica e nella società catalana. Le misure varate da Madrid, che consentono di spostare fuori dalla regione le sedi legali delle più importanti imprese, hanno chiuso il cerchio: facendo lievitare il fantasma di una secessione apparsa improvvisamente non solo politicamente, ma anche economicamente, costosa. Da qui la parziale retromarcia di Puigdemont.

Come risponderà, a sua volta, Rajoy a una lettera che in questi fatidici cinque giorni potrebbe non avere mai risposta? Quali sono le opzioni che Madrid ha in serbo per affrontare la sfida a metà lanciata da Puigdemont? Davanti alle Cortes, il premier spagnolo ha ribadito il suo giudizio sul referendum, definito un «attacco illegale e fraudolento all’unità spagnola e alla convivenza pacifica tra i cittadini», e definito «sleale e paricolosa» la leadership di governo catalanista: ma si è riservato di decidere le prossime mosse dopo la, pervenuta o mancata, risposta del presidente catalano. Un passaggio che non poteva eludere, pena l’esplosione anche della sua composita maggioranza.

L’alternativa è tra la possibile applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, che prevede la sospensione dell’autonomia ma potrebbe condurre la Catalogna sulla soglia della guerra civile, o un rilancio negoziale fondato sullo scambio politico tra autonomia piena di Barcellona contro l’abbandono della secessione, proposta sponsorizzata caldamente dai socialisti di Sanchez che, con la loro astensione tecnica, consentono al governo Rajoy di restare in carica. Il tutto in una situazione complicata dall’assenza di un mediatore che goda del rispetto di entrambe le
parti in campo: compito che avrebbe forse potuto svolgere il re Felipe, se non si fosse, nettamente, schiacciato sulle posizioni di Rajoy, alimentando le pulsioni repubblicane di molti catalani e non solo. La hora de la verdad, comunque, è vicina.

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