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M5S. Il pasticcio delle primarie e la logica del controllo

Le primarie non s’addicono ai grillini: guardate il pasticcio siciliano finito nelle carte della magistratura, o la sceneggiata dell’incoronazione di Luigi Di Maio a leader del movimento, evento contrappuntato – ah, la legge del contrappasso – dal default della piattaforma informatica del Movimento denominata presuntuosamente Rousseau. Conteremo i voti agli sconosciuti competitor di Giggino, ma in fondo non è questo il senso politico dell’avvenimento. Che invece è racchiuso in due aspetti: uno legato al significato di una candidatura fortemente voluta, e non da ieri, da Grillo; l’altro alle forme – che in democrazia sono quasi sempre sostanza – scelte per condurre in porto l’operazione. Cominciamo da queste.

Per paradosso, proprio quando poteva celebrare il trionfo della trasparenza, da sempre elevata a simbolo del movimento, e consegnare finalmente al popolo grillino un assaggio di democrazia diretta, Beppe Grillo si è rifugiato ancora una volta nel rito bulgaro dell’unanimità coatta. Aveva candidato Di Maio da tempo, accompagnato nei primi passi, tenuto al riparo dai nemici e infine imposto prima delle primarie. Che si sono rivelate una farsa. Perché?

Grillo ha sempre guardato al dissenso, pure a quello interno, non come al sale del confronto, ma come a un male capace di minare il movimento; e manifestato disprezzo per le forme della democrazia che invece sono proprio quelle che la garantiscono e la irrobustiscono. I 5Stelle, nati urlando nelle piazze, sono cresciuti imponendo il silenzio ai loro adepti.

Se dissenso c’è, e come se c’è, non deve manifestarsi: piuttosto che apparire concorrenti del leader designato, gli emergenti Fico (il cui intervento è stato cassato d’imperio dal programma di ieri della kermesse di Rimini) e Di Battista hanno preferito addirittura rinunciare alla tenzone; insomma, il capo è uno e indiscutibile. Ritirandosi dalla gara, i due ci hanno però dimostrato che il capo vero non è e non sarà Di Maio, ma colui che lo ha scelto: Grillo. Altro che “uno vale uno”, c’è uno solo che vale, e bisogna tenerselo buono perché protegge e garantisce il ristretto sinedrio che si muove intorno a lui. Critici compresi. Alla faccia dei cittadini che lo hanno votato. Forse i fan dei 5Stelle sono talmente delusi dai rituali della politica tradizionale da essere disposti ad attraversare questo autentico deserto della democrazia. O invece cominciano a rendersi conto di assistere a qualcosa che contraddice tutto ciò che il movimento predicava alla sua nascita. Certo qualcosa non va, almeno a giudicare dal nervosismo di Beppe Grillo esploso con la volgare battuta contro i cronisti che lo aspettavano a Roma: «Vi mangerei, anche per il gusto di vomitarvi», frase che denota un certo istinto becero e una cultura che una volta avremmo definito cripto fascista che va perfino oltre la pura idiosincrasia per chiunque – come i giornali – voglia controllare e criticare ciò che un leader politico fa.

Poi c’è il candidato premier Di Maio, e qui si intende sorvolare su gaffe, impreparazione, superficialità. Del resto s’è già visto di tutto e pure di peggio. Ma certo stupisce che il re della piazza abbia finito per scegliere il suo opposto sfidando il dissenso dei nostalgici del movimentismo della prima ora (e vediamo se questi avranno il coraggio di manifestarsi nella due giorni celebrativa di Rimini). Perché lo ha fatto?

O si tratta del calcolo elettorale di chi vuole presentarsi alle urne con la faccia meno coerente con la filosofia delle origini sperando di conquistare consensi anche fuori dei confini propri: certe larghe concessioni sull’abusivismo per necessità o sul codice dei candidati indagati sembrano andare in questa direzione; oppure è la scelta più facile, obbligata, e per certi versi rassicurante, di chi come Grillo si ritrova tra le mani a sua insaputa – proprio alla vigilia di un appuntamento che potrebbe far sventolare sui balconi di
Palazzo Chigi la bandiera a cinque stelle – qualcosa che non e più il movimento dei vaffa, ma non è ancora quello delle aule parlamentari, delle alleanze, della democrazia delegata. E nessuno sa bene, tantomeno Grillo, che cosa davvero diventerà. Auguri.

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