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Brexit, con il fumo di Londra non si pagano i conti

Il commento

Theresa May ha pronunciato a Firenze un discorso – indicato dagli inglesi come momento di svolta e di sblocco dei negoziati sulla Brexit – con molto fumo e poco arrosto. May ha ribadito la comunanza dei valori con l’Europa e le molte sfide che nessun Paese può affrontare da solo: terrorismo, cambiamento climatico, crisi geopolitiche, difesa del commercio internazionale, ecc. – cioè la lista di ragioni per cui uscire dall’Unione europea non ha senso. Per poi sottolineare l’impegno britannico a cooperare su questi fronti, anche senza esser membro dell’Ue. May infatti riconosce i benefici derivati dalla condivisione della sovranità a livello europeo, e non si metterà di traverso rispetto al dibattito sul futuro dell’Unione rilanciato dalle ambiziose proposte di Juncker. Vuole anzi creare una forte partnership che rafforzi l’amicizia tra Gran Bretagna e Ue e porti prosperità e successo a entrambi. Ha sottolineato i punti di accordo nel negoziato, a partire dalla necessità di evitare dogane e confini fisici tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord e di tutelare i risultati raggiunti nel processo di pace e l’area di libera circolazione in Irlanda. Ma non ha formulato proposte su come raggiungere tali obiettivi condivisi.

Sui diritti dei cittadini europei nel Regno Unito e viceversa, May intende nell’accordo e nelle leggi britanniche la tutela dei diritti dei cittadini europei, che sarebbero tutelati dalle Corti britanniche, ma dandone un’interpretazione coerente con le sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione. Pur uscendo dal mercato unico e dall’unione doganale May auspica un accordo commerciale ampio. Oggi ci sono esattamente le stesse regole, quindi si può mantenere un accesso ai rispettivi mercati pressoché completo, prevedendo un meccanismo di risoluzione dei contenzioni non fondato sulle Corti inglesi o sulla Corte Ue, ma su una terza Corte neutrale. Ha proposto un trattato specifico sulla cooperazione in materia di sicurezza, contrasto al crimine e cooperazione giudiziaria.

May ritiene necessaria una fase di implementazione dell’accordo con un tempo-limite – probabilmente due anni durante i quali tutto resterebbe in come prima – per realizzare gli strumenti previsti dalla nuova partnership tra Ue e Regno Unito. Ha garantito che il Regno Unito fornirà i contributi già previsti per il bilancio europeo, chiedendo in cambio di continuare a far parte dei programmi su difesa, ricerca, educazione e cultura. Ma ancora una volta non ha indicato né una cifra, né un metodo per calcolare il conto rimasto da pagare, su cui l’Ue attende da mesi una proposta. May ha sottolineato continuamente valori e interessi comuni, e la necessità di un buon accordo e una forte partnership per il futuro.

In un divorzio il litigio sulla spartizione dei beni è inevitabile. Ma alla fine è più importante il tipo di rapporto che gli ex-coniugi riescono a instaurare tra loro e nei confronti dei loro figli – in questo caso i cittadini. L’Ue ha chiesto di fare passi avanti sui costi prima di negoziare sul futuro. Il Regno Unito ha molto più da perdere dell’Ue in caso di mancato o di cattivo accordo. Per cambiare lo spirito dei negoziati più dei discorsi sui valori comuni sarebbe servita una proposta britannica sui costi, in modo da passare ai negoziati sulla relazione futura con maggiore fiducia reciproca.

Con onestà May ha riconosciuto che questi negoziati sono stati imposti all’Ue dalla scelta britannica, mentre l’Ue vorrebbe occuparsi d’altro: completamento dell’Unione monetaria, rilancio dell’economia e dell’occupazione, migrazioni, sicurezza, terrorismo, cambiamenti climatici. In effetti la Brexit è soprattutto un problema britannico e gli europei devono
concentrarsi sul riformare la loro Unione e affrontare le grandi sfide. Per questo il discorso di Juncker sullo stato dell’Unione e le sue proposte di riforma sono ben più rilevanti degli auspici di May sulla Brexit.

@RobertoCastaldi

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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