Quotidiani locali

Terrorismo, Barcellona vive. E così la Rambla resiste all’orrore

Un minuto di silenzio poi gli applausi e il canto «Non abbiamo paura, siamo più forti di loro»

BARCELLONA. No tinc por. Lo gridano a migliaia in Plaza de Catalunya, dove la corsa del camion è cominciata. No tinc por. In catalano “non ho paura”, scandiscono con le mani in alto, aperte, battendo come se avessero davanti un muro immaginario. Prima c’era stato il minuto di silenzio, alle 12.

Poi gli applausi e infine l’inno di questa che è la prima di tre nuove forme di resistenza al terrore incontrate nel giorno dopo gli attentati che hanno provocato quattordici vittime. No tinc por, cantato dalla folla attorno al re Felipe VI, al capo del governo Rajoy, al sindaco Ada Colau e al presidente della catalogna Carles Puigdemont. Plaza de Catalunya, dove tutto è cominciato.

Scendi lungo la rambla e ci vogliono sette minuti a passo da turista per percorrere i cinquecento metri che separano la piazza dal mosaico di Mirò, dove il camion si è fermato. Lo immagini mentre sterza prima da una parte e poi dall’altra. Ma adesso quel lungo corridoio non ha più i segni del sangue e ti accorgi della tragedia solo perché qualcuno ha seminato sull’asfalto garofani bianchi. Qui dove i terroristi hanno investito una ragazza, adesso c’è Miguel che dice: «Sì, oggi ho un po’ di paura ma domani so che non ne avrò. Il terrorismo non può vincere». Qui, davanti a un chiosco dove è morto un uomo, c’è José che quando gli chiedi se il terrorismo vincerà ti risponde in catalano guardandoti come un fesso: «È chiaro che vinceremo noi». E qui, davanti a una pizzeria italiana, una signora sembra meno sicura: «Sì, d’accordo, vinceremo ma occorre che sia il mondo musulmano a trovare una soluzione».

Anche Carlos dice che il terrorismo non vincerà però se la prende con la gestione della sicurezza: «Possibile che da Nizza e Berlino non abbiamo imparato nulla? Le fioriere, ci volevano le fioriere per impedire il passaggio del camion».

Finalmente si arriva al mosaico, diventato un altare: ceri, bandiere della Catalogna, cartelli “non avrete il mio odio” e “in ricordo degli innocenti” e tanta gente in cerchio. Un uomo, con una chitarra, improvvisa Imagine di John Lennon e il groppo in gola lo fa stonare quando canta la parte in cui si immagina un mondo senza religioni. Carmine, di Napoli, era qui l’altro ieri, il suo albergo affaccia sulla Rambla. «Abbiamo sentito tanta confusione - racconta -. Abbiamo pensato che fossero i soliti gruppi di ragazzi o una manifestazione. Poi mi sono affacciato e ho visto la gente che scappava, i poliziotti che spingevano le persone negli alberghi e nei negozi. Dopo ho visto i feriti e i morti a terra». Stefano, il suo amico, dice che tutto è fatalità: “Siamo saliti in albergo cinque minuti prima che accadesse tutto. Nella vita basta perdere una metro o prenderla un po’ prima e ti ritrovi nel punto sbagliato della vita».

E poi c’è una scena straziante. C’è un ragazzo, i capelli ricci e non ancora trent’anni. Piange, poco più su, davanti al suo altare personale di fiori e candele. Attorno a lui si è radunata una piccola folla. Qui ha perso qualcuno, non è dato sapere chi. E a turno, uno per uno, i perfetti sconosciuti che lo circondano lo abbracciano mentre lui continua a piangere. Abbracciare uno sconosciuto, la seconda resistenza al terrore.

Risali verso Plaza de Catalunya, i poliziotti arrotolano i cordoli, la rambla, cantata da Guccini come simbolo di libertà, ritorna a vivere. C’è un gruppo di turisti italiani, «siamo in crociera, – dicono – hanno annullato alcune tappe, molti sono voluti rimanere
a bordo ma noi ci tenevamo a vedere Barcellona». C’è chi fa jogging, chi corre sullo skateboard, chi passeggia, e poi c’è una coppia che si bacia con passione, i ragazzi avranno poco più di 18 anni: la terza forma di resistenza al terrore.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



TrovaRistorante

a Livorno Tutti i ristoranti »

Il mio libro

LE GUIDE DE ILMIOLIBRO

Corso gratuito di scrittura: come nascono le storie