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Strage di Barcellona, le vittime inseguite nei luoghi dell'anima

Il Jihad non va in vacanza, ma va nei luoghi di vacanza. Insegue le sue vittime laddove si assembrano. Tanto meglio se si stanno divertendo perché è la felicità altrui che soprattutto odiano i terroristi. Le Ramblas di Barcellona sono come la passeggiata di Nizza dell’anno scorso durante la festa nazionale, come lo stadio, i ristoranti e i teatri di Parigi, come il mercatino di Natale di Berlino, come la Manchester Arena.

Sono soprattutto un luogo dell’anima non solo catalano o spagnolo ma europeo, occidentale. Dove si passeggia e si conversa, dove si esercitano quei piaceri dell’urbanità, dunque della civiltà evoluta, che sono l’esatto opposto del mito di una mistificata “purezza” propria dell’Islam rurale delle origini, nell’ideologia perversa di chi vorrebbe portare indietro non solo per se stesso ma anche per noi l’orologio della storia. E dove si può udire la Babele degli idiomi più diversi, per quella mescolanza e contaminazione che pure combattono i fanatici della divisione dei mondi, delle civiltà, dei popoli.

La Spagna era uscita dai radar dei fondamentalisti dopo il terribile 11 marzo 2004 della stazione di Atocha, Madrid (192 morti, 2057 feriti, eravamo ancora in epoca al Qaeda), la sua capitale politica. Ci rientra con l’attacco di ieri al cuore della sua capitale economica e dalle forti venature autonomiste. In ogni caso simboli, ciò di cui si nutre massimamente la propaganda fondamentalista per lanciare il suo raggelante messaggio di morte e colpire universalmente il nostro immaginario. Per darci la sensazione che non abbiamo scampo, dovunque ci troviamo. Perché se vogliamo (e lo vogliamo) difendere il nostro stile di vita, nessun posto è sicuro, a casa o durante i viaggi che sono un altro aspetto delle nostre conquiste: aggiungono, agli altri, anche il piacere della conoscenza.

Serve a poco, nell’ora di un lutto al solito condiviso e oggi siamo tutti catalani, osservare che da tempo ormai le formazioni islamiste non riescono a organizzare attentati organici, con perfetta logistica e tattica di esecuzione. Ma devono ripiegare sull’artigianato semplice degli strumenti di uso comune, come un furgone. Eppure, asciugate le lacrime, dovremo almeno con la mente più fredda usarlo come argomento consolatorio, in prospettiva persino importante. Eravamo spaventati da quella che sembrava una geometrica espressione di potenza nel giorno del Bataclan di Parigi. Abbiamo constatato col tempo che fu un apice mai più raggiunto.

E che gli attacchi fai da te sono la risorsa estrema di un esercito, quello dello Stato islamico, in rotta nei territori in cui si era insediato (Siria e Iraq), però in grado di attivare in diversi luoghi d’Europa cellule di “soldati” dormienti, invasati e ossessionati dal mito del dio sterminatore a cui offrire il sangue degli infedeli.

Se un elemento di preoccupazione aggiungono le Ramblas è invece legato alla geografia umana su cui si innesta l’omicida carambola del furgone. Non siamo nella Francia dei sei milioni di immigrati e delle banlieue fuori controllo; non siamo nemmeno nell’Inghilterra della divisione “communitaria” del territorio, dove il brodo di coltura di aspiranti kamikaze può essere ampio e comprendere una varietà di fiancheggitori e simpatizzanti. Siamo in una società senza gravi problemi di integrazione e minata semmai, da questioni interne di contrapposizioni regionali che poco hanno a che spartire con la Guerra Santa. Dunque l’insegnamento da trarre (anche per noi italiani) è che nessuna nazione è immune e che è vero quanto le autorità (comprese le nostre) ci ripetono da tempo: attenzione perché non godiamo di speciale salvacondotto se da noi, per fortuna, non è ancor successo nulla di grave. Era così anche in Catalogna.

Il jihadismo
dello Stato islamico, sconfitto e morente, è capace di colpi di coda che non sono meno violenti di quelli che sferrava quando era in salute. Ricordiamolo, anche mentre siamo stesi sulle spiagge per un oblio che, di questi temi, non ci è più concesso.

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