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CALCIO: L’INTERVISTA

Bruno Pizzul: «Le telecronache? Mi manca un campione come Baggio»

Le prime esperienze in tv, l’Heysel, Italia ’90 stregata e i troppi milioni

INVIATO A CORMONS (Gorizia). È tutto molto bello. Vi ricordate? Lui, il telecronista per più di vent’anni della Nazionale italiana, spesso quando la partita gli piaceva se ne usciva con questa frase. Che è diventata storia. Della tv. È molto bella, per non dire di più, la vista dal suo giardino. Il Monte Quarin a Cormòns, terra di grandi vini bianchi nel Friuli orientale a un passo dalla Slovenia, è molto bello. Quasi come un gol di Roberto Baggio. Sì, perché Bruno Pizzul, e lo si capisce subito, per il Divin Codino conserva un debole. Per l’intervista arriviamo in ritardo. E ci scusiamo. Lui, 79 anni portati divinamente, non fa una piega.

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Pizzul, la prima telecronaca?

«A Como, Bologna-Juventus, spareggio per la Coppa Italia. Ero stato appena assunto in Rai, mi mandarono là. Era il 1969. Como-Milano, poca strada dissi. Il collega Beppe Viola mi tranquillizzò: “andiamo a pranzo e poi allo stadio in un lampo, non ti preoccupare”. Risultato: gran mangiata, coda in tangenziale e arrivo in ritardo alla partita».

E allora?

«Mi salvò la differita. A quel tempo la partita era in differita, rimediai tutto: nessuno si accorse di nulla».

Ora invece altro che differita.

«Calcio a tutte le ore, in tutti i giorni della settimana: un’abbuffata incredibile. In tv si vedono solo calcio e cuochi che insegnano a cucinare: basta!».

Com’è cambiato il mestiere del telecronista?

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Il nostro calcio insipido, la fuga degli spettatori e la miopia dei presidenti

L’ottovolante dell’incoscienza è pronto a regalarci salite e discese ardite dove volano e arrancano milioni, spesso finti, spesso a rate, spesso solo promessi per giocatori talvolta dall’incerto valore. Ma dietro al luccichio del mercato i problemi restano: a partire dall’asta dei diritti tv non ancora chiusa per arrivare a un crollo dell’interesse del pubblico che sembra non preoccupare chi il calcio dovrebbe invece farlo crescere



«Come la tv. Ai miei tempi, specie all’inizio della mia carriera, c’era una telecamera dall’alto, che faceva capire allo spettatore la dinamica del gioco, e una per i primi piani. Adesso ci sono più telecamere che calciatori, i replay si susseguono, stacchi continui per le belle ragazze sugli spalti. Vale il prodotto da vendere in tv, non la partita in sé. Una good television che non sempre rispetta il gioco. La tv è una gran cosa, ma non sempre ti consente di dare un giudizio completo sul match. E i registi in questo sono molto astuti, inquadrano sempre il pallone che si muove, anche se va a uno all’ora: il singolo gesto è esaltato ma non la completezza della manovra».

E i telecronisti?

«I ragazzi che ci sono adesso devono adeguarsi, andare a mille all’ora. Possono curare meno la lingua italiana, e hanno un avversario che io non avevo: la concorrenza. Ognuno cerca di caratterizzarsi in un certo modo».

Il suo erede?

«Sono tutti bravi, nessun erede».

Ora la invidiano per una cosa: la capacità di esprimersi in italiano e di curare la forma.

«E pensare che qualcuno questo mio modo di fare telecronaca pure lo criticava. Per me parlare bene era un’inevitabile portato dell’esperienza scolastica».

L’ha aiutata essere stato un calciatore?

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«Sì. Son arrivato fino in serie B al Catania, ero un difensore, capii però presto che non avrei fatto strada e preferii finire gli studi in giurisprudenza».

Aveva un idolo?

«Sivori, anche se era un mascalzone e giocava in un altro ruolo».

La sua squadra del cuore? Ora lo può dire.

«Il Torino, e non solo per la sua storia e Superga. A Cormòns si giocava in oratorio. Comandavano i più grandi che tenevano il pallone del parroco, tifavano tutti per la Juve e noi che eravamo i più piccoli abbiamo scelto il Toro».

La più bella partita raccontata?

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«Qui conta l’emozione. E quella che provai a raccontare al Mondiale messicano del 1970 Germania-Inghilterra, la rivincita della finale mondiale 1966 a Leon, è unica. Catapultato là a pochi mesi dall’assunzione. Poi per anni feci il “vice” di Martellini: lui faceva la Nazionale, io le altre partite, e me le potevo scegliere. Di solito capitavo bene».

Lei continua a frequentare gli stadi: è proprio un altro calcio?

«Sì. Risente del cambiamento della società, è lo specchio della società. C’è la netta sensazione che siano diventate importanti componenti di carattere extra-tecnico che hanno modificato i criteri etici di uno sport che ora di sport ha poco».

Neymar al Psg per 222 milioni, che effetto le ha fatto?

«Bruttissimo, bisognerà arrivare a un tetto degli ingaggi che funzioni, non certo come l’inutile fair-play finanziario Uefa. Anche perché così a scala anche a un brocco si danno milioni».

Da milanese d’adozione, cosa ne pensa dei cinesi proprietari di Milan e Inter?

«Speriamo durino. Le due squadre di Milano erano espressione di una borghesia milanese che ora esce con le ossa rotte».

L’idea di fare una telecronaca “assistito” dal Var la incuriosisce?

«Sì, darà una mano all’arbitro, ma ci sono altre situazioni come il fuorigioco che non sono interessate dallo strumento. E come si fa in quel caso?».

Torniamo al passato: la telecronaca più brutta?

«1985: Heysel. Non sapevo nulla, ero solo, temevo ci fosse qualcosa di terribile, penso che dalla telecronaca si sentisse, e avevo anche pensato di non farla quella cronaca. Nella coscienza di uomo quella serata mi ha lasciato una voragine, vedere ancora degli striscioni negli stadi che irridono quei morti mi fa rabbrividire».

Oggi vanno di moda le seconde voci.

«Anche io ne ebbi. Il più bravo? Il suo ego è smisurato, non avrebbe bisogno di complimenti, ma Capello era il più bravo. Io, però, mal le sopportavo le seconde voci. Una volta, quando ancora fumavo, provocatoriamente dissi che erano utili per consentirmi di accendere una sigaretta. Per me non servono, in Germania ora le hanno eliminate. Si corre il rischio di togliere allo spettatore la cosa più bella: il giudizio sulla partita».

Pizzul, ancora tre cose. La sua più grande delusione al microfono?

«L’eliminazione dell’Italia ai Mondiali del 1990, era tutto perfetto in quelle notti magiche. Poi arrivarono Zenga e Maradona».

Il giocatore preferito?

«Roberto Baggio, campione in campo e fuori. Il Friuli è terra di vini bianchi, lo paragono a una Ribolla gialla».

Ora tra i campioni chi vede più volentieri in tv?

«Messi. Se Baggio è una Ribolla gialla, l’argentino del Barcellona è un Picolit».

Escluda il calcio: quale grande evento sportivo avrebbe voluto raccontare?

«Il ciclismo, ho provato a farlo da giovane ma Adriano De Zan era gelosissimo. E poi l’atletica. Il flop ai Mondiali dell’Italia mi ha messo una tristezza infinita».

twitter: @simeoli1972

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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