Quotidiani locali

PARTE LA SERIE A 

Il nostro calcio insipido, la fuga degli spettatori e la miopia dei presidenti

L’ottovolante dell’incoscienza è pronto a regalarci salite e discese ardite dove volano e arrancano milioni, spesso finti, spesso a rate, spesso solo promessi per giocatori talvolta dall’incerto valore. Ma dietro al luccichio del mercato i problemi restano: a partire dall’asta dei diritti tv non ancora chiusa per arrivare a un crollo dell’interesse del pubblico che sembra non preoccupare chi il calcio dovrebbe invece farlo crescere

L’ottovolante dell’incoscienza è pronto a partire. Lungo salite e discese ardite volano e arrancano milioni, spesso finti, spesso a rate, spesso solo promessi per giocatori talvolta dall’incerto valore. È il calcio, il nostro calcio, e purtroppo non possiamo farci niente.

Ogni anno siamo qui a celebrare l’avvio di un rito che va ben oltre le gesta sportive delle venti squadre impegnate. Il rito della Serie A è la quintessenza, la rappresentazione plastica dell’abuso di credulità popolare in nome e per conto del quale tutto (o quasi) è permesso.

leggi anche:


E la storia non è solo quella – la più eclatante – della rateizzazione in 23 anni (dal 2005) del debito da 150 milioni con il fisco per non far fallire la Lazio che Claudio Lotito aveva appena rilevato da Sergio Cragnotti. Un “favore” inimmaginabile per qualsiasi altra azienda non legata al pallone, il simbolo dello strapotere sostanziale di un mondo abituato a vivere molto al di sopra delle proprie possibilità e talvolta molto al di sotto dei sospetti di irregolarità.

La realtà è quella di un colossale gioco d’azzardo, dove i debiti continuano ad accumularsi ma si continua a fare come se quei soldi dovessero arrivare.

La Serie A parte con l’immancabile mercato ancora aperto, altro segnale di lavori in corso che ha più volte fatto sì che un calciatore fosse titolare e rivale della stessa squadra nel giro di sei giorni. E stavolta l’avvio è addirittura senza alcuna certezza sui futuri introiti da diritti televisivi, che per i club italiani rappresentano ben oltre la metà del fatturato (con punte dell’80 per cento) a fronte di un misero dieci per cento che arriva dai biglietti allo stadio. L’ultimo bonifico certo è quello per il campionato in rampa di lancio, del domani non c’è certezza.

DIRITTI TV, UN AZZARDO. L’asta fra le tv, indetta in tutta fretta a giugno è fallita. Sbagliato il momento, sbagliata ogni previsione da un gruppo di presidenti che litiga su tutto ma che si trova d’accordo solo nel pensare che al nostro calcio si possa dare un valore sempre maggiore. L’azzardo è quello di ipotizzare di ricavare più di un miliardo, più dei 945 milioni attuali, pensando che le tv abbiano la fila di clienti pronti a stipulare nuovi abbonamenti o che possano permettersi di alzare i prezzi. La supponenza dei presidenti è ormai inversamente proporzionale a ciò che riescono a offrirci sul campo.

leggi anche:

CALCIO-D_WEB

A Cardiff sconfitte anche la credibilità del calcio italiano e di chi lo racconta  

Prendiamo la copertina di Tuttosport con la notizia della sconfitta abilmente nascosta o i commentatori che dicono che a Torino Ronaldo farebbe la riserva o che Dybala è meglio del portoghese. È un mondo autoreferenziale che si autoalimenta grazie a personaggi che sono “dentro” al meccanismo, che ne fanno parte. Sparito quel sano distacco che aiuterebbe a capire e a spiegare meglio


SHOW TRISTE, SPETTATORI IN FUGA. Negli stadi il calo di spettatori è costante, inesorabile. La società che riesce ad avvicinarsi di più al tutto esaurito è la Juventus, con 39.489 presenze medie su una capienza di 41.570. Ma lo Juventus Stadium è di gran lunga lo stadio più piccolo fra quello delle big europee e in Italia viene dopo San Siro, Olimpico di Roma, San Paolo di Napoli ed è appena più capiente di quelli di Bologna, Palermo, Genoa e Samp. A livello di spettatori assoluti prima è l’Inter con 46.620 (appena il 58,3 per cento del totale). Come percentuali, dopo il 95 per cento della Juve si piomba all’81,4 del Cagliari (ma con 13mila presenze) e al 61,3 della Fiorentina (43.147). Considerando tutta la Serie A l’indice di riempimento medio è del 56,05 per cento. Praticamente un posto su due è sempre vuoto, a dispetto dei tentativi della regia unica della Lega calcio di mostrarci quel che non c’è, in pieno stile ministero della Cultura popolare d’epoca fascista. In questo siamo i peggiori fra i campionati nobili d’Europa. In Bundesliga si va dal 100 per cento del Bayern Monaco (solo una media di 23 biglietti invenduti su 75mila) al 91 del Wolfsburg, con la sola punta negativa dell’Herta che si ferma al 67 per cento ma in uno stadio grande una volta e mezzo quello della Juve. In Premier League si va dal 99,5 per cento di Arsenal e Manchester United all’81,7 dell’Hull City. In Spagna dal 94,6 del Leganes al 61,6 del Celta Vigo con la sola eccezione del 50,2 dell’Espanyol. Real e Barcellona, con stadi da 81 e 100mila spettatori, viaggiano fra l’88 e l’82 per cento.

leggi anche:


LA FAVOLA DEGLI STADI DI PROPRIETÀ. Il tentativo di dar la colpa alla qualità dei nostri stadi è al tempo stesso riduttivo e banale. Il problema esiste, certo. Ma dietro alla lobby che spinge per fare una legge che agevoli le operazioni immobiliari in realtà si muovono interessi extracalcistici. Del resto Juventus e Udinese lo stadio se lo sono costruito con gli strumenti esistenti e senza troppe difficoltà. Il vero problema è la qualità dello show, del sistema che tende a creare gruppi di potere per gestire il potere e gestirne altro ancora. Il tutto per indirizzare i soldi sempre nelle solite casse e distribuire briciole agli altri. Si spiega anche con queste guerre intestine il commissariamento della Lega di Serie A e il rischio che lo sia anche quella di B. Nessuno si fida più di nessuno, tutto è in mano al commissario Carlo Tavecchio che poi è anche il presidente di una Federazione che poco ha saputo fare per cambiare deriva. Anche la “minaccia” del presidente del Torino, Urbano Cairo, di creare una tv della Lega per distribuire autonomamente le partite alle varie piattaforme ha l’aria di uno strumento di pressione. In quel contesto, per ricavare un miliardo, dagli abbonamenti bisognerebbe far arrivare almeno un miliardo e 400 milioni, considerando i costi di produzione e l’“affitto” che Sky, Mediaset e altre eventuali piattaforme farebbero pagare per i propri canali. Ipotizzando ottimisticamente che tutti i sei milioni di abbonati potenziali, quelli che oggi hanno un decoder dell’una o dell’altra tv, sottoscrivessero il pacchetto “Serie A”, si dovrebbe mettere in conto di aggiungere 20 euro al mese a ciò che già viene pagato per l’abbonamento base. E se gli abbonati fossero tre milioni (stima più attendibile), il costo salirebbe a 40. Impensabile.

RISORSE SBILANCIATE. È un bel problema, così come quello della successiva distribuzione delle risorse. Fra i soldi che girano in Premier e quelli per la Serie A c’è un abisso. In Inghilterra le 20 squadre si sono divise 2,720 miliardi di euro, con ben 900 milioni che arrivano dai diritti esteri. Da loro il 70 per cento viene distribuito in parti uguali, il resto in base ai risultati. Così anche il retrocesso Sunderland, con 105 milioni, ha portato a casa più della Juventus. L’unica con un gruzzoletto apprezzabile insieme con Milan e Inter. Da metà classifica in giù arrivano spiccioli. E con uno squilibrio così è impensabile allestire uno show appetibile.

leggi anche:

LARGE_161222-224201_BAST221216SPO_091B9EM_WEB

Il calcio e il doping dei sentimenti: la truffa ai danni dei tifosi

Il raggiro delle emozioni è l’ultimo della serie, dopo quello delle finte lacrime degli sconfitti che si consolano subito con altri contratti, dopo quello dei presidenti che fanno finta di arrabbiarsi con un “traditore” che se ne va ma permette loro di ricavare cifre astronomiche. E poi ci sono i procuratori e la disinformatija che mette sempre le cose a posto per le tribù degli adoranti: calcio sempre più vicino al wrestling



In questo contesto, per le big, diventano indispensabili i soldi della Champions: da quest’anno ci sono quattro posti sicuri in palio. Per arrivarci c’è chi, come il Milan, si impegna l’argenteria (i soldi del futuro) o come la Roma che si fa pagare in anticipo da una finanziaria le rate dei giocatori venduti con pagamento in tre anni.

Il tutto mentre le regole ereditate dalla gestione del vecchio Capo dei capi del calcio mondiale poi caduto in disgrazia, Sepp Blatter, lasciano campo libero a quell’idrovora di risorse rappresentata da gigantesche commissioni degli agenti dei giocatori venduti o ai quali viene rinnovato il contratto. Lo scorso anno le società italiane hanno sborsato quasi 200 milioni, il 20 per cento di quanto incassano dai diritti tv. Soldi che finiscono fuori dal calcio non senza qualche complicità interna, magari più che interessata.

Questo era, questo è e purtroppo sarà ancora. Perché poi, tanto, alla fine i più non faranno altro che chiedere “sì, ma a che ora giochiamo stasera?”. Ed è ciò che tiene insieme tutto. Il meglio e, soprattutto, il peggio.

twitter: @s_tamburini

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

TrovaRistorante

a Livorno Tutti i ristoranti »

Il mio libro

CLASSICI E NUOVI LIBRI DA SCOPRIRE

Libri da leggere, a ciascuno la sua lista