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CALCIO: L’INTERVISTA 

Casarin: «Grazie al Var niente più grandi errori degli arbitri»

L’ex designatore: «Servirà pazienza e anche lo stop ai personalismi»

Sbarca il Var (il Video assistant referee, assistente video) nella serie A italiana, la grande novità del calcio d’oggi. Un cambiamento non da poco per chi gioca, per chi arbitra e per chi guarda. E come tutti i cambiamenti avrà bisogno di un periodo di rodaggio e di una qualità elevata dei protagonisti che lo interpreteranno.

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Ne è convinto Paolo Casarin, ex arbitro e designatore, che non si oppone alla tecnologia, ma che propone un graduale progresso della collaborazione tra uomo e innovazione con lo scopo finale di ridurre il margine di errore in campo. «Siamo davanti a una trasformazione, un cambio rivoluzionario, che non lascerà più gli arbitri da soli in campo. Saranno sempre uomini a decidere, questo è ovvio, ma la tecnologia permetterà ai direttori di gara di rivedere l’azione, e non è cosa da poco. La difficoltà finora era che dal campo o riuscivi a vedere bene quello che stava accadendo esattamente in quell’attimo o lo avevi perso per sempre. La rivoluzione vera è che oggi qualcuno che fa parte della tua squadra, quella degli arbitri, può rivedere il contrasto, il fallo, il cosiddetto grande errore, e permetterti di confermare o modificare una decisione. La soglia dell’errore si abbassa di conseguenza, perché la visione è oggettiva. È come se nella vita di tutti i giorni spedissimo una lettera senza rileggerla o dopo una rilettura. Quale dei due testi avrebbe meno sbagli?».

Casarin, cosa intende per “grandi errori”?

«Quelli che si possono analizzare con il Var e che non necessitano di una interpretazione sofisticata. Si tratta di verificare gol, rigori, espulsioni dirette e scambi di identità, non di effettuare valutazioni sui falli volontari o altre situazioni che non sono previste, come il fuorigioco per esempio. A questo serve il Var, a essere oggettivo. Non ci deve spaventare questo cambiamento. Vale lo stesso concetto del Goal decision system: l’oggettività è ineccepibile. Le proteste sono inutili davanti a questa tecnologia, perché se il sensore indica che la palla è entrata in rete, significa che è gol. Mettersi a discutere in questo caso è solo una perdita di tempo. Con il Var deve essere la stessa cosa. Se l’arbitro è bravo, poi, rapidamente arriva l’analisi giusta e nessuno deve avere da ridire».

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Appunto, la bravura degli arbitri. Ma saranno in grado i direttori di gara italiani di interpretare nel modo giusto questo nuovo strumento?

«Dovremo avere un po’ di pazienza. Ci saranno incertezze all’inizio, il processo sarà un po’ lungo anche perché siamo di fronte a una rivoluzione in Serie A. Certo, gli arbitri dovranno essere bravi soprattutto a gestire i rapporti di potere al proprio interno, tra chi è in campo e chi davanti al video. Dovranno eliminare i personalismi ed essere in grado di tenere a bada il desiderio di ognuno di fare gli affari propri: dovranno ascoltarsi e comunicare. Questo aspetto sarà fondamentale secondo me».

Lei parla di oggettività e di personalismi. Una conciliazione, soprattutto in Italia, non facile. Non pensa?

«Si deve procedere per gradi, serviranno mesi e mesi per ottenere i risultati migliori. E comunque la soggettività non scompare, perché la cattiveria di un fallo, la decisione sulla necessità di un cartellino, o aspetti simili saranno sempre giudicati dall’arbitro in campo. Inoltre, questa novità deve essere digerita da tutti, non solo dagli arbitri. La devono digerire i giocatori, le società e il pubblico che assiste al match. Non viene coinvolta una sola componente, ma tutte quelle che gravitano dentro e attorno all’evento partita di calcio».

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Casarin, secondo lei quali potrebbero essere le criticità maggiori?

«Le reazioni dei calciatori sulle decisioni e i tempi. Non dovremo assistere a tre minuti di discussione tra l’episodio, la comunicazione e la decisione finale. L’intervallo dovrà essere breve, e qui ritornerà a essere determinante la qualità dell’arbitro. Non devi dormire soprattutto in quel frangente».

Lei è stato designatore dal 1990 al 1997. Come vede la nuova nomina di Nicola Rizzoli?

«Vedremo se sarà capace. Fare l’arbitro è un’altra cosa rispetto a ricoprire il ruolo del designatore. Rizzoli avrà una difficoltà in più oggi: la formazione di un gruppo che si rispetti e che non subisca personalismi. L’arbitro è davanti a una rivoluzione vera, dovrà essere una figura di buon senso e sempre più “arbitro manager”, che tenga conto dei mutamenti e che accetti di essere guidato. Non amo il termine “manager” personalmente, ma ritengo che dovrà essere questa la figura del futuro sui campi italiani. Dovrà evolvere tutto il sistema, la tecnologia dovrà andare di pari passo con l’aspetto umano, senza spaventare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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