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Migranti, le ombre da eliminare nel canale di Sicilia

A volte un quadro si capisce già dalla cornice, e la cornice attorno ai migranti non è delle più comode per un governo di centrosinistra. Innanzitutto perché la situazione è piuttosto critica, e rimarrà tale fino a quando l’Italia si troverà con i confini sigillati: la solidarietà europea non sta funzionando, il piano Juncker sui ricollocamenti è finito in un cassetto, il tentativo di ricorso sul regolamento di Dublino – quello, cioè, che scarica tutto il peso degli arrivi sui Paesi di prima accoglienza – si è già infranto e, soprattutto, i numeri continuano a crescere.

Oggi in Italia ci sono 200mila persone in accoglienza e almeno 20mila minori non accompagnati. Il sistema è alle corde, e la novità – altro problema per il Partito democratico – è che sta venendo meno anche l’appoggio delle amministrazioni amiche: la rivolta dei sindaci contro lo Sprar (il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) non è più un’esclusiva dei Comuni governati dal centrodestra, ma vede sempre più protagonisti anche i primi cittadini del Pd, che bussano alla porta di Minniti, loro compagno di partito, per evitare nuovi arrivi. Sono temi su cui ballano parecchi voti, del resto, e il ministro dell’Interno lo sa bene.

In questo clima, dunque, la priorità del Viminale è quella di ridurre i flussi dalla Libia, anche rischiando un po’. È un rischio notevole, per esempio, quello di fidarsi della Guardia costiera libica, che negli ultimi anni non ha mai brillato per efficienza e che anzi è accusata da più parti di collusione con i trafficanti: non lo dirà mai nessuno, ma l’invio di navi italiane è stato pensato anche per marcarla più da vicino, sperando che nel frattempo la situazione politica si stabilizzi e che venga riempito questo vuoto di potere in cui la tratta di disperati trova terreno fertile.

Un altro rischio, per un governo a guida Pd, è poi la decisione di regolamentare le ong con un codice di condotta, causa di spaccature interne. La destra e i Cinquestelle plaudono, la sinistra accusa, i democratici vivono il tutto con imbarazzo e sperano che la bufera passi presto. È pure per questo che Minniti si è presentato al tavolo con un documento già approvato dagli altri Paesi europei, nel vertice di Tallinn: per far capire, cioè, che non si trattava di un’iniziativa unilaterale italiana, e che non c’era nulla di personale nei confronti di un mondo storicamente vicino al centrosinistra. Ha ribadito alle organizzazioni non governative che il codice non aggiungeva nulla rispetto al diritto internazionale, ma che serviva diplomaticamente – rispetto alla Libia e rispetto al resto d’Europa – per spazzare via i sospetti di complicità col business della tratta.

Razionalmente, il punto di vista del Viminale è comprensibile: se entri in acque libiche con il trasponder spento per non farti individuare, magari dopo aver ricevuto una telefonata dalla terraferma e non dal passeggero di un gommone in difficoltà, e poi accendi le luci in prossimità della costa per essere raggiunto in fretta, scavalcando anche la Guardia costiera, il confine tra salvataggio e traffico di esseri umani dipende dagli occhi di chi guarda. Per questo bisogna eliminare ogni ombra – anche in sede europea – e impegnarsi al rispetto di regole condivise.

D’altra parte, però, è comprensibile anche la ritrosia di alcune ong, che sull’indipendenza hanno costruito la propria credibilità. In particolare, la presenza di forze di polizia a bordo anche in acque internazionali è dura da mandare giù, tanto che anche tra le colombe – come Save The Children, per esempio – c’è chi ha voluto inserire una postilla al codice di condotta. Il governo, da parte sua, ha assicurato che i casi saranno limitati e che il primo obiettivo
comune sarà sempre quello di salvare vite. Ma è chiaro che ognuno sta rischiando qualcosa: le ong di apparire meno indipendenti, Minniti di assomigliare troppo al suo predecessore Alfano. Che sui migranti, fino all’anno scorso, era l’alibi del Pd.

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