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L’obiettivo è la crescita soprattutto dei voti

L'analisi

Quando si dice che i politici soffrono spesso di miopia e non riescono a vedere oltre il breve periodo, di solito si pensa al futuro. Ma la stessa cosa vale anche per il passato: nel cosiddetto “braccio di ferro” che adesso contrappone il segretario del Pd alla leadership europea sulla gestione della crisi dei profughi e sulle regole della finanza pubblica tutti sembrano dimenticare che le regole ora duramente contestate sono state accettate e firmate dai governi italiani.

Così è stato, nel 2013, per il Trattato di Dublino, che prevede che gli stranieri debbano per forza chiedere l’asilo nel primo Paese europeo in cui mettono piede; e, in tempi più recenti e sotto un governo guidato dallo stesso Renzi, per la missione Triton che ha stabilito, tra l’altro, l’attracco nei porti italiani delle navi di soccorso. Stesso discorso vale per il contestatissimo Fiscal compact, che costringe i bilanci pubblici a procedere a tappe forzate verso il risanamento, e che noi abbiamo inserito in Costituzione con la sola opposizione della Lega Nord.

Non è che tutti abbiano perso improvvisamente il senno o la memoria. Piuttosto, all’epoca conveniva così, per ragioni più o meno trasparenti. In particolare, l’approvazione del Fiscal compact aiutò molto ad ammorbidire le resistenze nordiche alla politica monetaria di Draghi, che ha evitato al bilancio italiano di crollare sotto il peso degli interessi. E anche adesso, sono ragioni politiche quelle che spingono Renzi ad alzare la voce e puntare a una strategia tutta “pugni sul tavolo”, di qui al 2018.

Il segretario del Pd spera di recuperare consenso soprattutto tra le fasce sociali colpite dalla crisi e impaurite dall’arrivo dei migranti: ma basterà incolpare l’Europa per raggiungere l’obiettivo? È lecito dubitarne, tanto più che il primo effetto della nuova strategia è quello di mettere nei guai il governo Gentiloni, che ha nel Pd il principale azionista ma che deve scrivere, di qui a poche settimane, una manovra economica che stava già contrattando con i censori di Bruxelles.

Ma questo è il terreno delle strategie (o delle tattiche) politiche. Andando al sodo, ci si deve chiedere: Renzi ha ragione o torto, nel merito? La crisi dei rifugiati nel mondo preme alle porte dell’Europa, e i loro numeri, che sembrano enormi per il nostro Paese, in realtà non lo sono se si pensa che quelli che arrivano da noi sono una minima parte di tutti i rifugiati nel mondo; e che non ci sarebbe alcuna emergenza se fossero gestiti da tutta l’area europea che – ricordiamolo – è pur sempre quella di una potenza mondiale. Dunque Renzi ha ragione, quando chiama l’Europa a una condivisione; ha torto, quando dimentica che poteva farlo benissimo prima, da capo del governo.

Non è mai troppo tardi per cambiare idea, si potrebbe rispondere: ma allora bisogna essere convincenti e affidabili sul proprio dietrofront e sulle proprie proposte. Soprattutto in campo economico. È vero, nel merito, che l’austerità europea scolpita nelle Costituzioni non ha aiutato la ripresa, anzi ha contribuito ad allungare la crisi. Ma la ricetta di Renzi è semplicemente quella di fare più debiti per ridurre le tasse: la propone perché è popolare, senza pensare che i debiti possono tramutarsi in tasse sui nostri figli e nipoti.

Perché in futuro quei debiti possano essere ripagati è necessario che i soldi siano spesi per investimenti: e non è affatto detto che lo stimolo della riduzione delle tasse sia tale da rilanciare l’economia e ripagarsi da solo. Anzi, casi storici come quello degli Stati Uniti di Reagan, o più recenti come la nostra abolizione dell’Imu sulla prima casa, hanno mostrato il contrario.

A tutto il mondo, ma all’Italia in particolare, servono investimenti. Se i privati non li fanno, neanche quando il costo del denaro è sottozero, toccherà al pubblico farli.

Ma molti politici (normalmente di destra, ma anche provenienti da partiti di origine di sinistra, come Renzi) pensano che sia meglio ridurre le tasse, e affermano che questa politica porta più crescita: dell’economia o dei propri voti?

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