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Calendario politico, sono settimane decisive e di ricatti incrociati

Tra lo scontro in Commissione sui voucher e il via libera al sistema tedesco dal blog di Beppe Grillo si respira aria di elezioni: d’altra parte a febbraio si voterebbe comunque

Nel Paese in cui ogni lunedì comincia una settimana decisiva, quella appena iniziata si mimetizza facilmente. E può darsi che faccia la fine di molte che l’hanno preceduta: con un rimando, cioè, alla settimana successiva, e poi a quella che verrà ancora, e via a seguire. Ma che il cerchio si stia stringendo appare ormai palese: lo scontro in Commissione sui voucher con il soccorso di Forza Italia e Lega alla maggioranza, il via libera al sistema tedesco dal blog di Beppe Grillo, le interviste a raffica del partito di Alfano che sente la ghigliottina sul collo qualora passasse davvero lo sbarramento al 5 per cento.

Si respira insomma aria di elezioni, ma d’altra parte a febbraio si voterebbe comunque. In mezzo c’è una legge di bilancio piuttosto importante anche in chiave europea - l’alternativa sono le clausole di salvaguardia e l’Iva al 25% - e una classe dirigente responsabile rimanderebbe forse ogni discussione interna a dopo la sua approvazione. L’impressione, invece, è di trovarsi in una festa di compleanno di bambini: le poche sedie vuote in cerchio al centro della stanza, la canzone ormai partita e tutti preoccupati di restare in piedi quando, all’improvviso, si fermerà la musica.

Se fosse per Mattarella, in realtà, il parlamento potrebbe proseguire fino a scadenza naturale della legislatura. Ma in una situazione del genere - con i quattro partiti maggiori pronti alle elezioni, ognuno in base a propri calcoli - il Quirinale difficilmente andrà oltre la moral suasion: cercherà di convincerli con le buone, poi alzerà le mani e prenderà atto dell’impossibilità di trovare maggioranze alternative. Anche perché quelli tagliati fuori sono proprio i più piccoli, da sinistra a destra passando per il centro, e il loro obiettivo realistico è di evitare non tanto le urne quanto la clausola altissima di sbarramento che li estrometterebbe da Camera e Senato.

Sono giorni di politique politicienne, insomma, in cui i contenuti passano in secondo piano rispetto ai numeri: ogni voto in parlamento - il caso voucher è applicabile a qualsiasi emendamento di qualsiasi testo - parla a nuora perché suocera intenda, e si è ormai entrati in una spirale di ricatti incrociati da cui pare difficile uscire. Gli alleati del Pd nell’attuale maggioranza hanno bisogno continuo di smarcarsi, per non fare la figura dei portatori d’acqua renziani e presentarsi alle elezioni con un profilo autonomo; lo stesso Renzi difficilmente resisterà alla tentazione di distinguersi dal governo che pure sostiene, spiegando che il programma del suo partito è un altro, e il resto verrà da sé. Una replica degli ultimi mesi del 2012, insomma, quando le forze che sostenevano Monti gareggiavano nel prenderne le distanze, perché la campagna elettorale era già nell’aria.

La differenza rispetto a cinque anni fa è che stavolta la sfida sembra ancora più equilibrata: il centrodestra non è fuori dai giochi come appariva allora, i 5Stelle non sono più una sorpresa ma un serio candidato alla vittoria, il centrosinistra ha perso voti di sinistra ma ne ha presi al centro. Il risultato è che, se si votasse oggi con quel sistema tedesco di cui si parla, sarebbe inevitabile la fine della Germania: un governo di coalizione con il primo ministro scelto dal partito che prende un voto più degli altri. Renzi pensa di essere lui, Grillo di metterci un nome proprio; a Berlusconi basta per ora la certezza di essere indispensabile nella maggioranza che verrà, e se nel frattempo si trovasse un accordo con il resto del centrodestra potrebbe addirittura vincere.

Il problema sono i mesi che mancano. In teoria ci sono varie leggi calendarizzate, anche importanti, che attendono un’approvazione; in pratica, con la maionese già impazzita,

è tutto più complicato. Basta guardare il calendario dei 6 mesi appena trascorsi, dalla vigilia del referendum costituzionale in poi, per rendersene conto: in maggior parte roba di piccolo cabotaggio, con la consapevolezza di chi sa che non durerà ancora a lungo.

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