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Migranti. I disperati vanno salvati, le accuse dimostrate

Non è mai un buon segno quando le questioni complesse trovano risposte semplici, e la polemica sulle ong colluse con i trafficanti non fa eccezione: d’altra parte, ha tutti gli ingredienti per piacere a una certa fetta dell’opinione pubblica, quella per cui i migranti sono un pericolo e l’accoglienza un cedimento, se non un business. Nella storia recente d’Italia c’è chi ha speculato sui Cie o sui Cara, ma d’altra parte c’è pure chi ha speculato sulle siringhe negli ospedali o sul sangue delle trasfusioni, senza che si mettesse per questo in discussione il diritto alla salute.

Perché è di un diritto umano che si tratta, e non di una gentile concessione, quando si parla del salvataggio di persone nel Mediterraneo. La Convenzione internazionale per la sicurezza della vita in mare (scritta nel 1974, emendata nel 2004) obbliga il «comandante di una nave che si trovi nella posizione di essere in grado di prestare assistenza, avendo ricevuto informazione da qualsiasi fonte circa la presenza di persone in pericolo in mare, a procedere con tutta rapidità alla loro assistenza».

La Convenzione Onu sul diritto del mare (1982) aggiunge che lo Stato deve addirittura esigere dal comandante di ogni «nave che batte la sua bandiera» di prestare «soccorso a chiunque sia trovato in mare in pericolo di vita» e di procedere «quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di assistenza».

Inquadrata così, la questione appare più chiara. Si capisce, per esempio, che l’assistenza non è una scelta, ma un obbligo; ci si chiede, allo stesso tempo, come mai queste imbarcazioni abbiano tutto il tempo di attraversare le acque libiche, prima di arrivare in quelle internazionali, senza che nessun comandante libico le avvisti, tanto meno quella guardia costiera a cui l’Italia fornisce addestramento e regala mezzi per un valore complessivo di circa 800 milioni di euro. La risposta, purtroppo, è la peggiore possibile: varie inchieste giornalistiche hanno documentato il coinvolgimento della guardia costiera libica nei traffici e l’inerzia di Tripoli sulle grandi rotte che dall’Africa interna alle coste, passando per i lager controllati dalle milizie, portano i disperati a imbarcarsi su un gommone traballante.

Che ci siano ong corrotte, così spietate da spartirsi il piatto con i trafficanti di uomini, è difficile da pensare, per chi conosce da vicino il loro lavoro e l’impegno gratuito di migliaia di volontari provenienti da Paesi diversi: giovani universitari, padri e madri di famiglia, pensionati, professionisti che spendono così le proprie ferie sono l’immagine dell’Europa migliore. Se le accuse lanciate a Catania trovassero mai riscontri oggettivi, comunque, sarebbe giusto che chi ha sbagliato paghi duramente, lasciando tutti gli altri al proprio lavoro meritorio e indispensabile, vista la latitanza di molti Stati e l’indifferenza di troppi governanti.

Ciò che invece non sta in piedi, nemmeno da un punto di vista logico, è l’accusa mossa al Moas, a Sos Méditerranée, a Medici senza Frontiere, a Save the Children e a tutti coloro che mandano navi nel Mediterraneo per salvare vite umane di costituire un pull factor, ossia un fattore di attrazione per i disperati, che - proprio a causa della loro presenza - deciderebbero di imbarcarsi dai porti libici, sapendo che il rischio di morire in mare è più basso.

Chi lo dice non conosce le statistiche degli ultimi anni, né considera le condizioni di partenza: se il Niger è l’ultimo Paese al mondo per sviluppo umano, alla pari con il Centrafrica devastato dalla guerra, il problema è piuttosto il push factor, ovvero la motivazione che porta a lasciare casa e famiglia, attraversando deserti e torture, finendo nelle mani di persone senza scrupoli e quindi, come ultimo atto, consegnando la propria vita alle onde e alle correnti,

perché la disperazione è più forte della paura. Una volta si sarebbe detto “aiutiamoli a casa loro”, poi - con i tagli continui alla cooperazione internazionale, da parte dei Paesi più ricchi - è passato di moda anche questo.

 

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