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Manovra, le correzioni "creative" tra rigoristi e sviluppisti

Manovra correttiva per il 2017, Documento di programmazione economica, Programma nazionale di riforma: il sostanzioso pacchetto approvato dal consiglio dei ministri ha avuto il primo sostanziale via libera, a scatola chiusa, dal presidente della Commissione Juncker: il governo italiano è sulla strada giusta, ha detto, pur ammettendo di non conoscere i dettagli. E la stessa decisione di parlare nell’ignoranza dei dati concreti è una indicazione politica, di sostegno a un governo la cui maggioranza dovrà vedersela, nelle prossime elezioni, con forze che evidentemente preoccupano Bruxelles più dello stato dei conti pubblici italiani.

Che però resta a rischio, soprattutto per un dato di fondo: la crescita è bassa, per il 2017 è stata corretta dall’1 all’1,1%, ma a spese del 2018 e 2019, anni per i quali le previsioni scendono dall’1,3 all’1% e dall’1,2 all’1%: in tutto, di mezzo punto di Pil. È questa la grandezza fondamentale a cui guardare per capire perché è lentissima la discesa del rapporto tra debito e Pil. Nella lotta ormai perenne tra “rigoristi” e “sviluppisti”, i primi puntano l’attenzione sul numeratore di questi rapporti, i secondi pensano che una buona crescita del Pil aiuterebbe a risanare i conti.

È vero che, come diceva Bob Kennedy e come confermano i nuovi indicatori del benessere “equo e sostenibile” che meritoriamente entrano nei documenti ufficiali, il Pil non è tutto. Ma è sul Pil che vengono misurati i parametri europei ai quali Padoan ha detto di volersi tenere fedele. E per farlo, in un modo o nell’altro, deve far entrare in cassa 3,4 miliardi in più per quest’anno e soprattutto disinnescare le clausole di salvaguardia sull’aumento dell’Iva per l’anno prossimo.

Il primo compito è più facile, ma ciononostante la “manovrina” è tutt’altro che definita. Di certo c’è il rialzo delle accise sulle sigarette e sulle vincite dei giochi; l’estensione di alcuni più efficaci meccanismi di pagamento dell’Iva per i fornitori delle imprese pubbliche; e circa 5-600 milioni di “tagli” che però non sono precisati. Le misure sul fronte delle entrate produrranno effetti duraturi, si legge nel Def, e dunque il “conto” per l’anno prossimo si riduce un po’; ma allo stesso tempo dalla manovra d’autunno dovranno uscire i fondi per i contratti del pubblico impiego, per il reddito di inclusione, per la decontribuzione per i giovani nuovi assunti. In parte, questa manovra sarà finanziata in deficit; in parte - si stima per almeno 17 miliardi - dovrà incidere sulla carne viva di tasse e spese. Come?

La prima scelta, la più visibile, è una rinuncia: sparisce la riduzione delle aliquote Irpef, prevista dal governo Renzi. Un’altra notizia che farà poco piacere all’ex-premier. Per il resto, i capitoli sono sempreverdi: spending review, privatizzazioni, evasione fiscale. La prima dovrebbe dare, dai tagli ai ministeri, 1 miliardo, le seconde 5 miliardi. Qui il governo gioca in casa: le quote saranno trasferite dal Tesoro alla Cassa depositi e prestiti, ossia a una società pubblica che ha il merito di stare formalmente fuori dal perimetro contabile dello Stato. Una soluzione «creativa» (aggettivo di Padoan), che ricorda i tempi di Tremonti e che permette il rinvio di scelte difficili in settori a forte presenza di servizio pubblico, come Poste e Ferrovie. Altro capitolo classico è la lotta all’evasione fiscale: obiettivo sacrosanto, che però contrasta con recenti provvedimenti presi dallo stesso governo. Tra questi, l’estensione dell’uso del contante, che, come nota un articolo de lavoce.info, nel 2016 ha fatto aumentare in Italia la circolazione del cash del 2,3% (mentre nell’insieme dell’eurosistema si riduceva del 9,3%). Un sacrificio sull’altare - presunto - del consenso, così come il rinvio della riforma del catasto, attesa e preparata da anni.

Omissis e rinvii

danno dunque il segno delle due manovre, di primavera e d’autunno: fatto prevedibile, forse, in una fase politica incerta e alla vigilia della campagna elettorale; ma non per questo meno dannoso, per una società il cui benessere è assai poco “equo e sostenibile”.

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