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La paura del populismo e lo sprezzo del popolo

La diga olandese ha funzionato. Il sistema ha retto. L’Europa è salva. La democrazia è al riparo. Almeno per ora. Almeno per questa volta. Ma rimane aperta la questione generale: come si batte il populismo? Soprattutto, ha senso combattere il populismo? O è invece meglio provare a interpretarlo, a comprenderne le ragioni?

“Di fronte alle imitazioni, verrà sempre preferito l’originale”, si sente spesso dire. Allora, niente scimmiottamenti, nessun maldestro tentativo di emulazione. Eppure, proprio il premier olandese ha descritto il proprio successo - ma sarebbe meglio parlare di tenuta - come vittoria su un populismo “sbagliato”. Ed è innegabile che Mark Rutte, soprattutto nella fase finale della campagna elettorale, abbia per molti versi inseguito, sul suo stesso terreno, il “Trump olandese”, Geert Wilders.

Spostandoci in casa nostra, anche Matteo Renzi è stato descritto, nella fase ascendente della sua parabola, come espressione di un populismo leggero, costruttivo, addirittura di un populismo buono. Poi, i mille giorni trascorsi a Palazzo Chigi hanno depotenziato il suo profilo di insurgent. Ora è chiamato a riconvertirsi a uno scenario del tutto nuovo, per molti versi opposto rispetto a quello prefigurato dalla grande riforma (fallita): uno scenario disegnato da regole proporzionali.

Già, il proporzionale: almeno in apparenza, il meccanismo ideale per tenere il “mostro” populista fuori dal palazzo. Per consentire ai partiti tradizionali di serrare le file. Persino di collaborare tra loro. Come succede in Olanda. Come succederà probabilmente in Italia, dopo le prossime elezioni. Altri sistemi, più competitivi, fondati su regole maggioritarie, non sono invece a prova di populismo. Anzi, concedono molte chance agli outsider populisti di conquistare le leve del potere. È successo negli Usa, con Donald Trump. Potrebbe succedere in Francia, con Marine Le Pen. Sarebbe potuto succedere in Italia, con il M5S, nel ballottaggio previsto dalla prima versione dell’Italicum.

Viene da chiedersi, tuttavia, fino a quando il muro dalle regole elettorali possa reggere l’urto dell’onda populista. Fino a che punto possa resistere la diga delle #GrandiCoalizioniAntiPopuliste. In che misura, soprattutto, la politica e i partiti possano permettersi di rimanere sordi rispetto alle istanze che emergono dal popolo.

Quali caratteristiche dovrebbe avere, allora, un #GiustoPopulismo? Dovrebbe puntare l’attenzione, anzitutto, sulle sacche di povertà e di disagio generate dalla crisi economica. Affrontare pragmaticamente i dilemmi generati dai flussi migratori: il che non significa alzare muri, ma neppure negare le tensioni prodotte dalla presenza straniera. Prendere di petto l’evidente involuzione dell’Ue, invocandone un radicale cambiamento: senza con questo cedere alla tentazione di rottamare le istituzioni continentali, ma neppure chiudersi nella difesa dello status quo. Più in generale, dovrebbe immaginare nuove infrastrutture democratiche, che consentano alla volontà di partecipazione di esprimersi e, allo stesso tempo, alla democrazia di decidere. Sembra invece avere imboccato la strada opposta, l’Italia. Due segnali, dalla cronaca politica degli ultimi giorni. Il voto bi-partisan che ha salvato dalla decadenza il senatore Minzolini, condannato per peculato. La scelta di abolire i voucher, per disinnescare il referendum già previsto per il prossimo 28 maggio. Scelte che si prestano a interpretazioni divergenti. Rivendicazione del primato della politica, contro le forzature del populismo giacobino? Può darsi. Riaffermazione della natura rappresentativa della nostra democrazia, che può ri-scrivere le proprie leggi senza necessariamente affidarsi al popolo? Forse, sì.

I due episodi

rischiano, però, di trasmettere una immagine molto diversa. L’immagine di un establishment che “fa quadrato”, in difesa dei propri privilegi. Ed evita il confronto con la volontà popolare. Per paura del popolo. O sprezzo del popolo?

@fabord

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