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Rapporto Amnesty: «Odio e paura, un clima da anni Trenta»

Presentato il Rapporto 2016 sulle violazioni dei diritti umani nel mondo. Il direttore Marchesi attacca Meloni e Salvini: «Leader che spargono veleni»

ROMA. Centocinquantanove. Sono i Paesi in cui Amnesty International ha documentato gravi violazioni dei diritti umani nel 2016. Ventidue. Gli Stati in cui i difensori dei diritti umani, persone che si mettono di traverso di fronte ai despoti, sono stati uccisi. Trentasei. I governi che hanno rimandato indietro i richiedenti asilo in posti dove la loro vita era in pericolo, in barba al diritto internazionale. Ecco i numeri del mondo che gira alla rovescia. «Il 2016 è stato l’anno in cui il cinico uso della narrativa del “Noi contro loro” basata su demonizzazione, odio e paura, ha raggiunto livelli che non si vedevano dagli anni Trenta dello scorso secolo», ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. Non è difficile vedere scorrere sullo sfondo di queste parole le immagini dell’elezione di Trump, un discorso di Erdogan in Turchia o di Duterte nelle Filippine.

Amnesty, Rapporto 2016: "Passi indietro nel campo dei diritti" L'organizzazione non governativa presenta il suo rapporto annuale denunciando un clima "da anni Trenta". Il direttore Marchesi: "L'Italia non è immune dal discorso d'odio, la differenza è che Trump è al potere e Salvini e Meloni no". Il presidente Gianni Rufini: "Ci preoccupa il razzismo espresso tramite un mezzo che ha portato tanta libertà come Internet" (di Andrea Scutellà).

Meloni e Salvini spargono odio. In Italia, secondo l’associazione, l’onda xenofoba è cavalcata per lo più dall’opposizione. «I veleni li spargono leader politici nazionali - spiega Antonio Marchesi, direttore di Amnesty Italia - come Matteo Salvini e Giorgia Meloni, altri a livello locale. Salvini pochi giorni fa ha detto: “Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia, via per via, quartiere per quartiere”. Il “Prima gli italiani” di Meloni rischia di produrre compressione di diritti. Noi non diciamo prima gli stranieri, ma prima le persone».

Preoccupazione per i rimpatri. Amnesty, tuttavia, non risparmia critiche a chi governa e ha governato l’Italia. Preoccupa l’approccio hotspot e in particolare la pre-identificazione dei migranti, che avviene in condizioni di estrema vulnerabilità - subito dopo lo sbarco - e spesso con scarse informazioni. Preoccupano gli accordi per i rimpatri: anzitutto quello di polizia con il Sudan, paese governato dal dittatore al-Bashir, ricercato dalla Corte penale internazionale per il genocidio nel Darfur. Si legge nel rapporto che Amnesty ha raccolto, nel 2016, «prove dell’utilizzo di armi chimiche da parte delle forze governative in Darfur». Poi quello con la Libia che, spiega ancora Marchesi, parte da tre premesse sbagliate: «che i fuggitivi siano troppi per essere gestititi, che chiudere frontiere danneggi i trafficanti mentre uno studio Interpol-Europol rivela l'opposto, che la Libia abbia la capacità di costruire un sistema di accoglienza in base di garantire i diritti di queste persone». Amnesty rileva anche la mancanza del nostro codice del reato di tortura. E scrive, insieme, ad Antigone, Cittadinanza Attiva e al senatore Luigi Manconi al ministro della Giustizia Orlando per chiedere una nuova legge: più aderente, a differenza di quella in discussione al Senato, alla Convenzione Onu che l’Italia ha ratificato nel 1989.

Il rap di Amnesty: "La diversità ci rende più forti" "Noi contro loro" è il rap che Amnesty oppone ai discorsi d'odio che avvelenano il dibattito internazionale. Da Trump a Duterte, tanti i protagonisti della politica internazionale nel video

Le tragedie dimenticate. Sono 42, invece, i paesi in conflitto se ci affacciamo alla finestra del mondo. Molti, purtroppo, dimenticati. Dal dramma dei rohingya in Birmania - minoranza etnica islamica perseguitata dalla maggioranza buddhista - alle esecuzioni extragiudiziali nelle Filippine del presidente Duterte, che dal lancio della sua campagna repressione sulle droghe ha ucciso, nel 2016, circa 6mila persone. «Chi parla più della Repubblica Centrafricana, del Niger, del Camerun, del Burundi dove è in corso un semi-genocidio?», domanda retroricamente Gianni Rufini, presidente di Amnesty Italia. Sono 23 gli stati al mondo in cui l’organizzazione ha documentato crimini di guerra nel 2016.

La speranza. Se c’è una speranza è nei difensori dei diritti umani: persone come Berta Caceres, che si batteva per i diritti degli indigeni delle Honduras ed è stata assassinata a marzo 2016. «I movimenti popolari dell’Africa, Black lives matters, la compassione delle personi comuni sulle coste europee del Mediterraneo lo dimostrano: tocca alla società civile, oggi, mobilitarsi», conclude Rufini.

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