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Doppiopesismo a 5 stelle e gli errori di Virginia

L'opinione

La scommessa dei romani a giugno scorso, dopo l’alternanza tra centrodestra e centrosinistra al governo della città, era che l’uomo della strada avrebbe potuto far meglio dei professionisti della politica. I Cinquestelle, da parte loro, ripetevano la ricetta che nel 1946 aveva portato l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini a un passo dal Campidoglio, davanti alla Dc e dietro solo al Blocco del Popolo: fuori la vecchia catena di potere, dentro personalità esterne in grado di portare avanti il programma. Una volta vinte le elezioni, però, le cose sono andate diversamente.

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Le indagini in corso, condite dalle recenti interviste di alcuni protagonisti, sembrano uno spaccato dell’Italia di Tangentopoli. Tra cordate di potere e correnti, consociativismo e giro di denaro, della politica politicante non manca davvero nulla: nemmeno quella spolveratina pruriginosa di relazioni private con ripercussioni pubbliche che sembrava aver esaurito la propria spinta con la crisi del berlusconismo. Per settimane e mesi, Virginia Raggi è riuscita a sbagliare davvero tutto: per quanto Grillo provi a coprirle le spalle con una campagna sul blog, l’impressione è che ormai quel progetto sia morto in culla. Se si ripresentasse oggi a Roma, dicono infatti i sondaggisti, la prima cittadina in carica non andrebbe nemmeno al ballottaggio.

Liquidare il tutto come la crisi definitiva del grillismo sarebbe superficiale: a Torino, per esempio, c’è Chiara Appendino che gode di buona popolarità e discreta stampa, eppure i tempi di insediamento sono stati gli stessi. Ma Roma è un capitolo a parte: ogni suo municipio è una città di medie dimensioni, e in alcuni casi - quello di Ostia, per dirne uno - ha problemi che centri abitati di dimensioni simili, per fortuna loro, ignorano.

La Capitale è una prova di governo enorme, forse un abito troppo grande per le misure di un Movimento che, nei suoi pochi anni di vita, ha sempre dato il meglio all’opposizione. Roma è un conglomerato di relazioni e di intrecci stratificati nel tempo, proprio come le antiche rovine del suo sottosuolo: o ne hai una mappa chiara, o ci vai a sbattere presto.

Il più grande errore di Virginia Raggi, nei suoi primi 8 mesi al Campidoglio, è stato dunque nella scelta delle guide: chi conosceva a fondo la macchina amministrativa, come Marra, era poco pulito; chi magari non aveva scheletri nell’armadio, come i vertici nazionali dei Cinquestelle, aveva visto Roma solo in gita di classe alle medie. Conscia della propria debolezza, accentuata dalle spaccature interne al M5S romano, il sindaco è stato paradossalmente molto meno grillina del suo predecessore, Ignazio Marino. Messo in croce per gli scontrini delle cene e per le multe della Panda rossa proprio da chi, arrivato al suo posto, ha già fatto di peggio.

In questo quadro è abbastanza irrilevante la sorte dell’assessore Berdini o il nome del suo probabile sostituto; l’esperienza disastrosa dei primi mesi al Campidoglio ha infatti mostrato che il problema è strutturale, e l’idea che un assetto così precario regga per altri quattro anni non pare plausibile. In più, c’è da considerare anche il danno che la vicenda Raggi rischia di fare ai Cinquestelle sul voto di opinione, nei mesi che precederanno le elezioni nazionali: un po’ per gli insuccessi amministrativi - che i romani sperimentano sulla propria pelle - e un po’ per una linea politica divenuta incerta, con pesi e misure diversi a seconda che il colpevole sia del Movimento o di un altro partito.

Vedendola a posteriori, un anno dopo, la linea di Renzi appare oggi molto chiara. Lasciare Marino al proprio destino significava, probabilmente, consegnare Roma ai Cinquestelle; la prova di governo, però, avrebbe mandato Grillo in crisi e gli avrebbe tolto consensi, spianando quindi la strada alla vittoria del Pd alle successive elezioni Politiche, sull’onda del sì al referendum. Un dettaglio, quest’ultimo, su cui però l’ex presidente del Consiglio aveva fatto male i conti.

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