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Referendum, l’uscita di sicurezza del premier

Matteo Renzi prepara un piano B nel caso a prevalere il 4 dicembre sia il No

«Nè governi di scopo, nè governicchio». Renzi prepara un piano B nel caso a prevalere il 4 dicembre sia il No. Le parole del presidente del Consiglio hanno un duplice intento: far capire a alleati e avversari, interni ed esterni, che non sarà disponibile a qualsiasi soluzione pur di restare a Palazzo Chigi; prospettare agli italiani l’ipotesi che dalle urne in inverno venga una gelata capace di bloccare tutto. I sondaggi, per quel che valgono dopo la Brexit e il ciclone Trump, danno il No in vantaggio. E il capo del governo deve approntare un’exit strategy che lo tolga dall’angolo nel quale finirebbe in caso di sconfitta.

La forza di Renzi viene dall’essere, anche, il segretario del Pd. Qualora il Sì venisse sconfitto è ovvio che dovrebbe dimettersi. Il Fiorentino ha conquistato il governo senza un passaggio elettorale: non resisterebbe a un esito popolare che lui stesso, nonostante la tardiva marcia indietro, ha trasformato in ordalia, personalizzando una consultazione che doveva mettere al centro della contesa il contenuto della riforma costituzionale.

Sognava un plebiscito, Renzi, e invece rischia di subire un drammatico scacco, in momento in cui la crisi di rappresentanza, e una politica economica che non fa decollare il paese, calamitano sulla sua figura la diffusa insoddisfazione degli scontenti. Così deve pensare al dopo. E, per il fatto stesso di parlarne, è costretto ad ammettere, per la prima volta, che quel dopo potrebbe non avere i colori della vittoria.

Ma, è noto, Renzi non ama giocare di rimessa. E cercherebbe di dare le carte in veste di leader del partito più forte in Parlamento. Così esclude di poter guidare un governo di scopo che avrebbe il solo compito di cambiare la legge elettorale, quell’ Italicum doc, definita un tempo “la più bella del mondo” e sul quale era stata posta la fiducia, ora accantonata a favore di un Italicum bis, che prevede l’abbandono del ballottaggio e un premio che potrebbe essere assegnato a una coalizione anziché a un partito; ma rifiuta anche di presiedere un governo politicamente debole nonostante l’allargamento della base parlamentare. In tal modo, Mattarella permettendo, il leader del Pd lascia balenare come unico orizzonte le elezioni anticipate.Uno sbocco che, all’interno, passerebbe per la costruzione di liste di fedelissimi nel Pd divenuto ormai Pdr, Partito di Renzi.

Il ritorno al voto eviterebbe la resa dei conti del congresso del partito e consentirebbe di chiudere definitivamente la partita con la sinistra interna, ridotta a presenza ancillare o costretta a andarsene.

All’esterno consentirebbe a Renzi di sfidare gli altri partiti, in particolare il Movimento Cinque Stelle, facendosi interprete di un “centrismo rivoluzionario”, tanto dinamico quanto irriverente, capace di calamitare umori populisti e pulsioni nuoviste. Con l’ambizione di occupare l’intera scena politica. Nel tentativo di rappresentare, allo stesso tempo, la nuova élite e i suoi, accesi, contestatori. Magari approfittando della paralisi di cui è prigioniera la destra, amleticamente indecisa tra la tutela degli interessi di Berlusconi e il richiamo a una sorta di trumpismo in salsa verde a conduzione salviniana.

Ambiguità simboleggiata dalla duplice decisione di Berlusconi di sconfessare Parisi, ennesimo delfino lasciato in una vasca vuota, e di indicare come unico cavallo di razza in pista proprio Matteo Renzi. Uno sfondamento, quello sul terreno della destra dilaniata, che però sin qui non ha dato i risultati promessi.

Non è un caso che recentemente Renzi abbia cavalcato l’antieuropeismo o difeso, indistintamente, una politica antitasse. Puntando a incassare nel referendum il sostegno di elettori tradizionalmente lontani dal Pd e prefigurando un blocco sociale diverso da quello che, almeno sino a qualche anno fa, trovava rappresentanza nell’area di centrosinistra.

In ogni caso, comunque vada, il panorama politico non sarà più lo stesso dopo il 4 dicembre. Renzi lo avverte e, cercando ancora una volta di sparigliare i giochi, si appresta alla partita più difficile della sua, sin qui, audace vita politica.

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