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Un azzardo giocare con i mercati

L’azzardo in politica può essere una virtù, ma se si combina con quel casinò planetario che sono i mercati finanziari può rovesciarsi nel suo opposto e portare guai seri. Con l’avvicinarsi della scadenza referendaria, va montando la preoccupazione sugli effetti possibili del voto sui mercati e in particolare su quell’indicatore che, oltre a far variare il peso e la sostenibilità del nostro debito pubblico, ha già segnato morte e vita di diversi governi: lo spread. Ossia il differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato tedeschi e quello dei bond italiani, in sostanza quel che i governi pagano ai mercati per compensare “il rischio Paese”. Da qualche tempo quest’indicatore ha ripreso a salire, per cause diverse tra le quali c’è anche, ma non solo, la prossima scadenza elettorale. E ieri Renzi ha deciso di impugnarlo come un’arma, commentando così i dati positivi sull’andamento del Pil: «Con le riforme sale il Pil, senza riforme sale lo spread. Avanti, l’Italia ha diritto al futuro».

Con il suo tweet-slogan, il premier dà un messaggio positivo e uno negativo: attribuisce alle sue riforme passate il merito dell’aumento del prodotto, e paventa un’impennata dello spread in caso di blocco delle riforme future. Esplicitando così quello che in molti ambienti si sussurra o si dice esplicitamente: un rischio di panico dei mercati dopo il referendum in caso di sconfitta dei Sì e dell’avvio di una nuova fase di instabilità dell’Italia, tanto più in un momento di crisi europea (Brexit), di sconquasso internazionale (Trump) e di irrisolti nodi locali (banche). Se così fosse, non ci sarebbe da stare tranquilli sulle sorti della nostra economia né della nostra democrazia, visto che si dovrebbe andare a votare, invece che sul merito delle riforme, sotto il ricatto dei mercati. Ma stanno davvero così le cose?

Guardando alla realtà prima che al suo specchio finanziario, va detto che i dati dell’Istat di ieri sul terzo trimestre dell’anno e la correzione della previsione fatta per il primo trimestre non cambiano di molto quel che già sapevamo. In Italia è in atto una ripresa rachitica, stanca e confinata in alcune zone del Paese. Può far piacere sapere che il Pil di quest’anno è più vicino allo 0,8 che allo 0,7%, ma è stato proprio l’attuale premier a dire di non entusiasmarsi per gli “zero virgola”. Siamo ancora molto lontani dai livelli pre-crisi. Per il governo è comunque la prova - per quanto minima - che siamo sulla strada giusta, ed è suo diritto sostenerlo a gran voce, anche nel braccio di ferro con l’Unione Europea circa la “promozione” della manovra finanziaria per il 2017, in gran parte fondata su nuovo debito, che ieri si è arricchito di una nuova puntata, con il veto italiano al bilancio Ue. Anche se sarebbe bene giocarsi queste partite pensando più al futuro, e non al tornaconto immediato delle nuove spese che con l’aumento del deficit si andranno a finanziare. Ma quando si arriva allo spread si gioca col fuoco.

In poche ore, come ci hanno insegnato diverse vicende passate e in particolare l’estate del 2011, si può annullare il vantaggio conquistato in mesi e anni sul risparmio del servizio del debito pubblico, insomma sulla spesa per interessi. I mercati scommettono sulle aspettative, e già sono un po’ irrazionali di per sé, figuriamoci poi quando ci si mette una combinazione di eventi da “tempesta perfetta”, come la Brexit, il voto Usa, e l’attesa per una inversione della politica monetaria espansiva di Draghi. A tutto ciò si aggiunge anche il referendum in Italia, anello debole della catena Ue: ma - attenzione - non per la sorte delle riforme costituzionali, quanto per le preoccupazioni sulla stabilità. Aver legato il sì alle riforme con la sopravvivenza del governo (aver personalizzato la campagna) ha accentuato questi timori e dato legna per il fuoco della speculazione. Ma dalla Banca d’Italia sono arrivate indicazioni rassicuranti, nel tentativo di separare i destini del Sì da quelli dello spread. E la Spagna, senza governo da quasi un anno, gode in questo momento di uno spread molto inferiore al nostro. Questo non vuol dire che non c’è alcun problema,

ma che con un po’ di sangue freddo, e mettendo i pericoli reali e quelli presunti nelle giuste proporzioni, forse davvero possiamo tutti salvaguardare “il diritto al futuro”. E soprattutto votare per convinzione, per il Sì o per il No, e non per paura.

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