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Usa 2016, le politiche energetiche e ambientali

L’idea di Grande America mette a rischio il clima

L’elezione di Donald Trump alla Presidenza americana porterà ad una virata di 180 gradi delle politiche ambientali degli Stati Uniti nei prossimi anni. È probabile che le sue affermazioni, promesse e minacce sull’ambiente fatte in campagna elettorale davvero si realizzeranno nel suo mandato. Mentre infatti su altri temi di politica interna ed estera l’amministrazione Trump probabilmente adeguerà slogan di campagna elettorale ad una sana “realpolitik”, in materia ambientale ed energetica esiste il rischio concreto di un’agenda molto conservatrice, a partire dal disimpegno sugli accordi sul clima di Parigi Cop 21, proprio mentre a Marrakech si sta svolgendo Cop 22.

Trump ha interesse a correggere la politica ambientale globale di Barack Obama, denunciando l’eccessiva “generosità” del presidente democratico uscente nei confronti del mondo e degli altri paesi, e questo corrisponde all’impostazione isolazionista e antiglobalizzazione della politica trumpiana: non a caso abbiamo letto “Make America great again” stampato su cappellini e magliette. Lo slogan “Rendi l’America grande di nuovo”, oggi non è più solo un motto elettorale, ma un sito governativo. GreatAgain.gov sarà lo strumento con il quale lo staff del nuovo presidente Usa gestirà la transizione alla Casa Bianca finché non avverrà, nei primi giorni del 2017, il passaggio di consegne. Un’America Grande è un’America che inquina liberamente e si disinteressa delle politiche globali, questo è il messaggio.

Un altro presidente americano, George W. Bush, fece uscire gli Stati Uniti dal protocollo di Kyoto, nel 2001, precedente che il nuovo sicuramente userà nella sua comunicazione. Insomma in materia ambientale Trump ha l’occasione di dimostrare di mantenere le promesse. Una scelta pericolosa un po’ per la dimensione delle emissioni americane, ma soprattutto per le conseguenze politiche su altri Paesi. L’accordo di Parigi è stato chiuso anche perché Usa e Cina hanno dato l’esempio. L’atteggiamento di Trump sul clima potrebbe rivelarsi deleterio per quanto riguarda la partecipazione all’Accordo di Parigi da parte di Paesi che non si sono ancora impegnati formalmente, come la Russia, che, insieme a Stati Uniti, Cina e India, rappresenta una delle economie mondiali più impattanti sul clima. Insomma il voto americano mette a rischio un’agenda verde costruita con molta lentezza e difficoltà negli ultimi otto anni.

Nel programma del neopresidente, le rinnovabili sono “un modo costoso di far sentire bene gli abbracciatori di alberi”. La corsa degli Stati Uniti verso l’incremento della quota energetica da fonti rinnovabili appare quindi destinata a una vera e propria battuta d’arresto. Trump ha già dichiarato come tra i suoi obiettivi principali vi sia una drastica riduzione del costo dell’energia, da ottenere anche attraverso la revoca delle restrizioni volute da Obama a carico delle fonti fossili. Inoltre, ha più volte dichiarato di voler sostenere con forza anche il ricorso al carbone e al gas naturale. Troviamo poi la volontà di tagliare i finanziamenti internazionali a sostegno delle politiche sul clima e una più generale ostilità verso la Cina che rischia di far naufragare la fondamentale collaborazione avviata tra Washington e Pechino attraverso Mission Innovation, la partnership per lo scambio di tecnologie verdi. Obama ha usato i suoi poteri al fine di incentivare uno sviluppo sostenibile, Trump ha già promesso che il suo obiettivo sarà economico.

Com’è noto ha ripetutamente messo in dubbio l’esistenza stessa del riscaldamento globale, negando che si tratti di una minaccia urgente alla sopravvivenza del pianeta. Senza dubbio la sua elezione rappresenta un colpo alle politiche ambientali globali. Un

classico approccio populista e di destra basato su un messaggio semplice alla popolazione: «Le politiche ambientali sono un lusso che non possiamo permetterci in tempi di crisi». Un messaggio che fino in fondo bisognerà contrastare.

@degirolamoa

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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