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Renzi, se scompare la bandiera dell'Unione

Se non puoi cambiare la direzione del vento, regola le vele. Oppure le bandiere. Se il vento che soffia più forte è quello del nazionalismo, insomma, non sfidarlo con una bandiera europea: dietro la scrivania del presidente del Consiglio lascia solo il tricolore; anzi, mettine parecchi, perché - come diceva Totò nella lettera alla Malafemmena - «fai vedere che abbondiamo!»

Se non puoi cambiare la direzione del vento, regola le vele. Oppure le bandiere, deve aver pensato il guru americano Jim Messina - ingaggiato da Renzi per la campagna referendaria - o chiunque al posto suo abbia predisposto l’ultima diretta Facebook da Palazzo Chigi, la prima dell’era Trump. Se il vento che soffia più forte è quello del nazionalismo, insomma, non sfidarlo con una bandiera europea: dietro la scrivania del presidente del Consiglio lascia solo il tricolore; anzi, mettine parecchi, perché - come diceva Totò nella lettera alla Malafemmena - «fai vedere che abbondiamo!».

Prodi se l’è presa, e non solo per gli anni passati a guidare l’Unione: da mesi, infatti, l’ex presidente della Commissione va dicendo che Trump è fondamentalmente un politico europeo, perché è da noi che il nazionalismo ha trovato terreno fertile come risposta alle crisi economiche e sociali. Mentre Obama cercava di spostare lo sguardo degli Usa dal proprio ombelico al resto del mondo, nel Vecchio Continente accadeva l’opposto: un po’ per la crisi economica e un po’ per i migranti, tornava a farsi strada l’usato sicuro del «prima i nostri». Che in Italia era vent’anni fa il localismo esasperato della Lega, poi evolutosi nella difesa del nord e oggi diventato protezione degli interessi nazionali contro l’Europa ostile.

Salvini la chiama “rivincita dei popoli”, e così ha definito anche l’arrivo di Trump alla Casa Bianca; ma la tesi che il trumpismo sia un trionfo della democrazia dal basso regge solo fino a un certo punto: i nomi già in lizza per il Tesoro americano sono quelli delle principali banche d’affari, il giro stretto del miliardario non è certo quello dei piccoli centri o delle città rurali che pure lo hanno votato in massa. Non c’è dunque una rivolta dal basso contro l’establishment costituito - lo stesso Tycoon, del resto, ne fa parte da sempre - ma una sofferenza di fondo (anche economica e demografica, come in Europa) di un pezzo d’America che vede la soluzione nel riportare se stessa al centro. Trump aveva capito tutto già dallo slogan, “Make America Great Again”, tanto banale quanto essenziale nel suo messaggio: smettiamola di guardare fuori, come i fighetti delle coste; guardiamoci dentro e votiamo per noi stessi, perché è il nostro presidente che stiamo eleggendo ed è sul nostro futuro che stiamo votando.

Non è un caso, dunque, che l’elezione sia stata vinta nel Midwest, anche in quegli Stati come il Wisconsin in cui si eleggevano democratici da 28 anni. La mappa degli Stati democratici e repubblicani è impressionante: una cornicetta blu a est e a ovest, un mare rosso nel mezzo. La cornicetta sono gli Stati delle coste che fanno notizia, il mare sono quelli del centro che fanno l’America. Il Paese che arriva a noi è quello del melting pot, dei diritti civili, delle città come New York o San Francisco che da sole sembrano un mondo in miniatura e che, anche per collocazione geografica, sono portate a guardare lontano; quello che nessuno racconta, ma che in queste elezioni ha fatto la differenza, è invece molto più caratterizzato etnicamente (bianchi), religiosamente (cristiani, in maggioranza protestanti), culturalmente (la storia dei cowboy gay di Brokeback mountain è piaciuta più a Hollywood che ai proprietari di ranch) e dunque più sensibile a un richiamo identitario. Che Trump, appunto, ha saputo interpretare alla perfezione, come del resto stanno facendo molti politici europei in vista delle prossime elezioni nazionali.

Rifare grande l’America”, infatti, è la riedizione a stelle e strisce di quel “Britain first” che ha portato il Regno Unito fuori dall’Unione europea, o dello storico “La Francia ai francesi” che ha accompagnato la crescita esponenziale del Front National, oggi serio candidato a vincere la corsa per l’Eliseo. Per non parlare dei tedeschi di Alternative für Deutschland, o degli ungheresi, degli olandesi e dei polacchi: in questa fase storica il vento del nazionalismo soffia come la bora, da una parte e dall’altra

dell’oceano, e alla vigilia di un referendum combattuto anche un cambio di bandiere in una diretta Facebook può sembrare una buona idea. Difficile, però, che serva a qualcosa: tra l’originale e la fotocopia, di solito, gli elettori non hanno dubbi.

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