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Usa 2016, questa volta Facebook non ha colpe

Social sotto accusa per le “bufale” pro Trump. Zuckerberg: «Follia pensarlo»

ROMA. Su Facebook circolano spesso notizie false. E sì, ci sono pagine anche molto frequentate che le diffondono in modo sistematico e per precisi scopi di manipolazione politica, scrivendo di un improbabile endorsement del Papa a Trump, o che Hillary è talmente malata da avere bisogno di una controfigura. Spingersi tuttavia a sostenere, come il New York Magazine e diverse altre testate Usa, che «Trump ha vinto grazie a Facebook» non ha senso. E non ce l’ha perché non è possibile ridurre l’onda che ha travolto la candidata democratica a un algoritmo difettoso, nemmeno se ci mostrasse solamente bugie o notizie che confermano la nostra visione del mondo.

Entrambi i problemi esistono, sia chiaro, e Facebook non sta facendo abbastanza per contrastarli. Il suo team apposito, con relativo software per automatizzare le decisioni, non ha impedito il moltiplicarsi di “bufale” e polemiche. E, come ben documentato in letteratura, c’è un problema di mancanza di pluralismo nelle fonti con cui si viene a contatto. Nessun dato scientifico conferisce tuttavia al “filtro”, per quanto opaco e omologante, la capacità di causare spostamenti nell’opinione pubblica tali da decidere un’elezione.

Si prenda quanto scrive il più prestigioso centro di ricerca in materia, il Pew. È vero, conclude sulla base di un sondaggio, che il 20% degli utenti interpellati ha cambiato opinione politica dopo l’esposizione a determinati contenuti sui social media. Ma è altrettanto vero che il fenomeno ha riguardato entrambi i candidati, sia Hillary che Trump, e in percentuali simili: 21 contro 18%. Soprattutto, il rapporto tra opinioni mutate in peggio e in meglio è di gran lunga più sfavorevole al nuovo inquilino della Casa Bianca: 5 a 1 contro 3 a 1 per Hillary.

Ha ragione per una volta il fondatore Mark Zuckerberg: serve «una profonda mancanza di empatia per sostenere che l’unica ragione per avere votato Trump sia essere stati esposti a notizie false». In una parola: è follia. Una follia pericolosa, che consente sì ai tanti commentatori “liberal” di trovare un capro espiatorio nel web, ma lascia anche e per l’ennesima volta i loro lettori in balia di una realtà di cui non hanno più il polso, in cui ogni considerazione socio-economica lascia il posto a un “mi piace” ideologizzato o una condivisione affrettata di troppo.

E allora ecco Wired scrivere che i 400mila profili automatizzati, o “social bot”, pro-Trump creati su Twitter nel periodo elettorale hanno «giocato un ruolo» nell’eleggerlo - pur in assenza di dati concreti per dimostrarlo. Dopo le due tornate elettorali obamiane all’insegna dell’utopia di riscrivere in meglio

partecipazione e democrazia tramite i social network, domina la retorica di un loro “lato oscuro” improvvisamente preponderante, fatto di hacker, propaganda, molestatori organizzati e tanta, tanta finzione. Era falsa l’utopia ieri, è falsa la distopia oggi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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