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L'Opinione

Referendum costituzionale, il difetto di fabbrica del Partito Democratico

C’è Verdini che parla bene del presidente del Consiglio, vede la vittoria del No al referendum come «una sciagura» perché avrebbe come conseguenza un premier «ammaccato». E poi c’è Bersani che, invece, prende ormai quotidianamente le distanze, spiegando che la vittoria del Sì sarebbe «pericolosa per il Paese» e che le mosse del capo del governo non lo lasciano sereno. Sembra di essere ai tempi di Berlusconi premier, insomma, e invece il premier è Renzi: il segretario - chissà fino a quando - del partito di Bersani, l’avversario - fino a qualche tempo fa - di Verdini.

C’è una maggioranza del Pd che taccia la minoranza di opportunismo, di scarso attaccamento alla comunità (il nuovo nome della ditta), di scelte dettate da tornaconti personali più che politici; e c’è una minoranza che, invece, rivendica il proprio diritto al dissenso, tanto da costituire comitati in proprio per contestare la linea ufficiale del partito. Nella maggioranza si sentono voci insofferenti che, dopo l’ennesimo distinguo, reclamano l’espulsione di chi sembra remare per conto suo; dalla minoranza rispondono chiamandoli sudditi e arroganti.

Sembra di essere ai tempi di Bersani segretario, quelli in cui gli sconfitti del congresso venivano ridotti al silenzio, e invece stavolta Bersani è all’opposizione: deve essere dunque un difetto di fabbrica del Pd, questa incapacità di tenere insieme anime diverse senza arrivare a rimettere in discussione tutto.

È difficile, in uno scontro politico così acceso, separare con una linea retta le ragioni di merito da quelle personali. Se chiedi ai sostenitori del Sì, ti diranno che gran parte del dissenso interno si basa sul rancore e sulla voglia di rivincita: elezioni perse, incarichi agognati ma non avuti, carriere programmate da anni e interrotte all’improvviso.

Se chiedi alla minoranza interna che sostiene il No, però, ti risponderà le stesse cose: chi oggi è per la riforma costituzionale si batteva contro quella berlusconiana, e lo fa soltanto per non scendere da un carro che gli sta fruttando poltrone, o potrebbe fruttargliele in futuro.

Dall’una e dall’altra parte c’è chi è in buona fede, senza dubbio. Ma c’è pure chi ragiona per utilità, convinto che non si voti sul futuro del Parlamento ma su quello di Renzi, e dunque anche sul proprio. A parti invertite, c’è da scommetterci, si sarebbero comportati diversamente; in certi casi, anzi, lo hanno già fatto, perché alcuni degli intransigenti di oggi sono gli stessi intransigenti di ieri, quando il segretario del partito era un altro ma loro sedevano sempre in maggioranza. Il merito della questione, dunque, è un dettaglio sullo sfondo: per molti la lotta è tutta sullo statu quo, dunque sul presente, sebbene mascherata da nobile battaglia per il futuro.

Lo stesso vale naturalmente anche per il fronte del No, che mette insieme un assembramento improbabile: Anpi e Forza Nuova, Salvini e D’Alema, Brunetta e Fassina, i Comunisti di Rizzo e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, Berlusconi e Travaglio, ex democristiani di sinistra e di destra che non si parlavano dal 1994, e si potrebbe andare avanti a lungo. Nel centrodestra c’è l’illusione che tutto ciò possa costituire la base per una riaggregazione futura, ma anche qui - come per i pretoriani del Sì di cui sopra - le aspirazioni personali contano maggiormente delle considerazioni nel merito.

Fa più notizia il Pd, che in quanto partito di governo è chiamato a dimostrare compattezza per non perdere credibilità, ed è normale. Ma prendersela oggi con la minoranza interna, dopo avere trattato per mesi la riforma costituzionale come una questione personale, sarebbe da smemorati: quando

Renzi ha riconosciuto il proprio errore - fattogli notare, in maniera abbastanza pesante, dallo stesso Napolitano - era già difficile tornare indietro, e a meno di un mese dal voto è ormai impossibile. A qualche elettore, nel frattempo, sta passando la voglia.

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