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Il dibattito Trump Clinton, tra fact checking e post-verità

Mai come oggi possediamo strumenti per la verifica puntuale e immediata delle affermazioni fatte da un politico. Eppure la menzogna viene sdoganata, usata ad arte per provocare, nella consapevolezza che la polarizzazione è più forte dell'oggettività fattuale

Come può la verità dei fatti scomparire nell’era che, più di ogni altra, fornisce strumenti per ristabilirla in tempo reale? Perché siamo insieme nell’epoca che i politologi definiscono della “post-verità” e in quella del fact-checking di massa?

Il paradosso si è dispiegato in tutta la sua potenza durante il primo dibattito presidenziale tra Hillary Clinton e Donald Trump. Mai prima d’ora si era visto all’opera uno schieramento simile di giornalisti, e semplici cittadini informati, mettere al vaglio della realtà le affermazioni di due candidati politici.

La trascrizione annotata di Npr ; le bugie e inesattezze segnalate da Bloomberg direttamente su schermo; la miriade di redazioni intente a twittare link, dati e risultati scientifici o serie storiche: chiunque abbia seguito il dibattito in rete ha avuto modo, come durante tutta la campagna elettorale, di apprezzare in modo istantaneo lo scarto tra vero, verosimile e falso.

Eppure Trump non ha esitato a ripetere le menzogne di sempre, dalla presunta opposizione alla guerra in Iraq al non avere mai sostenuto la rinegoziazione del debito USA; dal “piccolo prestito” ottenuto dal padre alla negazione di avere affermato che il cambiamento climatico sia una bufala. Poco importa ci siano video e tweet del magnate a dimostrare il contrario: Trump è riuscito, scrive il New York Times, a dare della bugiarda alla rivale più di quanto Clinton abbia potuto fare con lui - 26 volte contro 10.

Hillary: "Basta con i privilegi ai ricchi", Trump: "Solo parole" "Una crescita estesa, su basi ampie: questo è quanto serve all'America. Basta con i vantaggi per le persone al vertice". "Tipico della politica. Tutti parlano, nessuno fa niente. Il nostro paese sta soffrendo perché gente come il segretario Clinton ha preso decisioni sbagliate": questo uno dei tanti botta e risposta che hanno caratterizzato il dibattito televisivo tra Donald Trump e Hillary Clinton

Da dove viene una simile mancanza di rispetto per il reale? Prima di tutto, dalla consapevolezza che i suoi supporter, come lui, hanno in profondo odio i media mainstream - non a caso attaccati a testa bassa dal candidato repubblicano. E se i media non sono ritenuti affidabili, perché curarsi di accettarne le critiche? Molto meglio proseguire dritti sulla strada della propaganda, dei propositi vaghi e razzisti di sempre - che infatti si sono moltiplicati e rincorsi sui social media per tutta la notte, ripetuti come mantra da fan, troll e altri provocatori.

Ma la strategia potrebbe essere anche più sottile, e basarsi sulla consapevolezza che il fact-checking non necessariamente funziona. Anzi. Nonostante il termine sia menzionato con frequenza ossessiva, crescendo secondo New America Foundation del 900% sui giornali e addirittura del 2000% sulle televisioni tra il 2001 e il 2012, la letteratura in materia resta scettica sulla sua efficacia nel motivare un cambiamento di opinioni politiche.

Del resto, un elettore di Trump difficilmente potrebbe curarsi del “debunking” operato sui social media dal team di Hillary o di quello di un quotidiano, come lo stesso Times, schieratosi apertamente per lei . Ammesso ne vengano esposti, dato che gli algoritmi che regolano la visibilità delle informazioni sui social network tendono a prediligere contenuti affini alle credenze degli utenti. Gli studi poi dicono anche che la sola presenza di fact-checker dovrebbe dissuadere i politici dal mentire.

Ma Trump si comporta da sempre all’opposto di ciò che suggeriscono i manuali di politica, e non ha certo fatto eccezione per il primo scontro presidenziale. Va bene così: altrimenti, banalmente, non si sarebbe trovato su quel palco. Ancora una volta, Internet è lo specchio del sentire sociale. E, come a ogni dibattito tra candidati presidente nella storia statunitense, il pubblico sembrava più a caccia di gaffe, gesti e risposte fuggite al senno che di programmi dettagliati, numeri e fatti. Ed ecco migliaia di post concentrarsi sugli strani rumori emessi dal naso di Trump, paragonati in un nulla ai celebri sbuffi di Al Gore nel 2000, mentre lui, Trump, si poteva permettere di mentire, interrompere 51 volte Clinton, e dispiegare il repertorio tipicamente berlusconiano di attacchi, battute, arroganza e sessismo che in Italia conosciamo fin troppo bene. Insomma, il rischio per Clinton è di fare la parte della ragione in una impossibile lotta con le emozioni. Senza la verità, purtroppo per lei e noi tutti, non restano che quelle.

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