Quotidiani locali

Il fertility day spiegato a mio figlio

La campagna che finge di affrontare un tema di prevenzione sanitaria e di salute in realtà è impregnata di ideologia anti unioni civili, anti fecondazione eterologa, anti pari opportunità. Ed è una tassa da pagare alla parte più legata alla Chiesa della maggioranza



Credo che il fertility day, lungi dall'essere una campagna di prevenzione sanitaria , sia in realtà un danno collaterale politico dell'accelerazione  che l'Italia ha vissuto nell'ultimo anno in tema di diritti civili individuali, necessario a garantire il sostegno al governo Renzi in materia di politica economica e riforme istituzionali.

Provo a spiegare perché.

La maggioranza parlamentare che sostiene il governo ha due anime: una laica e tendenzialmente progressista e una cattolica più conservatrice. 

Una volta si chiamava democrazia cristiana, c'erano i morotei e i dorotei e varie altre correnti, ma più o meno è quella roba lì. Con una differenza, della quale parleremo più avanti: una buona dose di ex comunisti, che però - nonostante quello che credono e fanno credere - non sono culturalmente egemoni, ma subalterni agli ex democristiani.

Il presidente del consiglio viene da "quella roba lì" (la dc), ci ha fatto tutta la trafila delle giovanili, ne ha metabolizzato le dinamiche fino a quando è diventato un politico di professione, cosa per la quale ha studiato fin da ragazzino

. Nel frattempo è arrivato il Pd, che ereditava in gran parte la tradizione culturale e politica del Partito comunista ma aveva a bordo i naufraghi della fu democrazia cristiana che si sentivano "di sinistra". Per questo vagheggiava la vocazione maggioritaria, cioè la possibilità di governare da soli, senza alleati.

 Quel progetto è fallito. E a quel punto Renzi ha capito che il Pd era scalabile: bastava sostituire le categorie sinistra e destra con "nuovo" e "vecchio" e bypassare le dinamiche di partito andando a cercare direttamente il consenso popolare in nome del "nuovo", categoria furba che non impone riflessioni ideologiche e/o di coscienza.

 A Renzi però mancava un tassello: il Pd non aveva (non ha) la maggioranza elettorale e parlamentare. Ma la fortuna ha voluto che una parte della fu democrazia cristiana - di destra e conservatrice - che fino a quel momento era stata ospitata a bordo del transatlantico berlusconiano, avesse abbandonato la nave che affondava e fosse andata a sostenere un governo guidato da un ex democristiano di sinistra (Letta) e sostenuto al Quirinale da un ex comunista “non ortodosso” (Napolitano).

A quel punto Renzi ha capito che era giunto il suo momento, quello per cui si preparava da anni: attraverso un percorso non lineare, dopo vent’anni dominati dall’anomalia berlusconiana, gli eredi/orfani della Dc erano tornati compatti al potere, insieme agli eredi/orfani del Pci, assai meno compatti.

Per tenerli insieme e avere la maggioranza parlamentare che garantisse a Renzi di fare le sue riforme economiche e istituzionali - quelle ritenute prioritarie anche dall’Europa per “non fare la fine della Grecia”, ma anche quelle che toccavano le tasche degli italiani e quindi il consenso - bisognava però tenersi alla larga dalle ideologie, dalla destra e dalla sinistra. Ergo, da temi etici, quelli che hanno a che fare con l’imprinting cattolico degli italiani e l’influenza della Chiesa: i diritti civili degli individui, per esempio, tutto ciò che è al di fuori della struttura sociale basata sulla cosiddetta “famiglia tradizionale”, anche se la “famiglia tradizionale” è ormai un’ipocrisia che non rappresenta più la società italiana.

Nell’ultimo anno, però, Renzi ha dovuto tornare ad affrontare questioni che hanno a che fare con la destra e la sinistra, essenzialmente per due ragioni: 1) costruire un “piano B” del consenso che potesse pescare nella vecchia categoria della sinistra per compensare l’emorragia del “nuovismo” (se governi da due anni senza aver fatto rivoluzioni, gli elettori cominciano a percepirti come “il nuovo vecchio”); 2) contrastare l’ascesa di una forza politica - il Movimento 5 Stelle - che fa della non distinzione tra destra e sinistra il proprio punto di forza, ma che va in tilt e può essere messo in difficoltà sulle questioni etiche e ideologiche.

L’esempio di questa strategia è l’iter che ha portato all’approvazione della legge sulle unioni civili, frutto di un compromesso democristiano fra le due anime della maggioranza, ma che alla fine ha segnato un punto a favore della parte laica.

C’era dunque una tassa (ideologica, culturale, politica) da pagare alla parte cattolica - o comunque più legata alla Chiesa - della maggioranza.

Il fertility day - cioè la campagna che finge di affrontare un tema di prevenzione sanitaria e di salute ma in realtà è impregnata di ideologia anti unioni civili, anti fecondazione eterologa, anti pari opportunità - è quella tassa da pagare.

Ecco perché Renzi ha permesso che la Ministra Lorenzin facesse quello che ha fatto senza interferire. Ed ecco perché alla fine, passata l’indignazione social che ha avuto il merito di far emergere il problema, quella campagna si farà e non diventerà - come invece avrebbe dovuto - un problema politico per la maggioranza.

Il Fertility Day... all'estero Il caso del #fertilityday, la campagna lanciata dal dicastero del ministro Lorenzin, spinge a guardare oltreconfine, per vedere come è trattato il delicato tema all'estero (a cura di Lillo Montalto Monella)

TrovaRistorante

a Livorno Tutti i ristoranti »

Il mio libro

PERCORSI

Guida al fumetto: da Dylan Dog a Diabolik