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Monaco, il racconto di un'italiana: "Sembrava di essere sul set di un film di guerra"

Jeanne Perego è una giornalista e scrittrice. Si occupa di libri per ragazzi, arte, turismo culturale e ambientale. Scrive per Il Tirreno. Vive in Versilia e a Monaco: nel giorno del terrore si trovava proprio nella città della Baviera. Per questo le abbiamo chiesto di raccontare l’angoscia, la quotidianità e la voglia di ricominciare

Monaco di Baviera è una città meravigliosa, un mix perfetto tra le atmosfere italiane più raffinate e il rigore tedesco. Quante volte mi è capitato di sentir dire dai monacensi «Monaco è la provincia italiana più a nord dell’Italia», con un pizzico di compiacimento. Come se avessero catturato e portato qui quel non so che di gusto e di saper vivere che ci contraddistingue. Ma ieri sera non era più la stessa città dal fascino irresistibile, impregnata com’era di paura e di incertezza. I fantasmi dell’attacco terroristico del 1972 al villaggio olimpico si sono rifatti vivi. Basta un nulla, qui, che si paventano, soprattutto tra la popolazione adulta, ché i ragazzi di quell’evento ne sanno troppo poco.

Ho scelto Monaco 16 anni fa, quando decisi di dire di sì a un tedesco. Un berlinese vissuto lungamente a Londra, finito anche lui nelle maglie dell’incanto di questa città. Non è stata una scelta facile (no, non parlo del matrimonio, su quel passo non ho mai avuto dubbi; mi riferisco al lasciare l’Italia per venire a vivere qui) , ma con un po’ di organizzazione, unita anche a un briciolo di fortuna, sono riuscita a orchestrare un modo di vivere invidiabile. Un po’ qua in Baviera e un po’ là, nella mia adorata Versilia. Tre mesi qua, tre mesi là, due settimane qua e una settimana là, a seconda degli impegni. Una vita da pendolare toscobavarese (o bavarotoscana, come volete voi) che può cogliere il bello e il buono dei due luoghi.

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Quella gran cosa che è la rete mi permette di lavorare in Baviera come se fossi a Lucca e viceversa, e quella meraviglia che sono i vettori aerei lowcost rendono possibile questa mia esistenza in eterno movimento. Ho lasciato i 30 gradi dell’aeroporto di Pisa due giorni fa con un volo Transavia, per arrivare dopo poco più di un’ora ai 29 gradi dell’aeroporto Franz Josef Strauss. Ventinove gradi che nel giro di una giornata si sono trasformati in gelo assoluto. E non solo perché un temporale ha spedito giù in picchiata la colonnina di mercurio.


L’atmosfera ieri sera a Monaco era gelida. Quando poco dopo le 18 è iniziato il tamtam social e di telefonate sulla sparatoria all’Olympia Einkauf Zentrum _ il più vecchio centro commerciale della città _ di colpo ci siamo trovati tutti a rabbrividire: ecco l’attacco terroristico che il capoluogo bavarese, e tutta la Germania a dire il vero, si teme da tempo. L’evento di Würzburg di pochi giorni fa, quello del ragazzo afgano che si è messo a menare colpi d’ascia su un treno regionale, poteva essere stato solo un aperitivo. La Germania, e anche Monaco, quindi, da più di un anno si trova a fare i conti con la paura e l’incertezza. L’arrivo nel Paese di oltre un milione di rifugiati siriani ha destabilizzato il senso di sicurezza tedesco, a dispetto del grande spirito umanitario e di apertura verso gli altri che impregna la popolazione.

Il pensiero, ieri sera, alle prime notizie confuse che giungevano dal centro commerciale, è corso subito al 31 dicembre scorso, quando un’allerta scattata in seguito a una segnalazione arrivata dall’intelligence francese fece sì che venissero chiuse la stazione centrale e quella del quartiere di Pasing. Per tutta la notte fu caccia a sette iracheni sospettati di voler colpire come kamikaze vari punti della città durante i festeggiamenti di Capodanno. Tutto finì nel nulla, con non poche frecciate al nervosismo della polizia. Ma questa volta la sparatoria è stata reale. Sui canali social, anche sulle pagine Facebook della comunità italiana in città, serpeggiavano la paura e il nervosismo.

Non c’è voluto molto perché le strade fossero deserte, una situazione surreale per una città in cui il traffico è spesso al limite della congestione. Vie e piazze vuote, solo macchine della polizia e dei mezzi di soccorso che sfrecciavano veloci. Elicotteri che ci giravano sulla testa. Notizie ufficiali che non arrivavano, solo rumors di sparatorie qui e là, poi puntualmente smentiti. Sui social anche voci italiane parlavano di spari nella centralissima Stachus, l’area dello shopping in gran spolvero, poi in un’hamburgheeria a Isartor, poi nella piazza del teatro dell’Opera. Bolle di sapone che si gonfiavano e sgonfiavano da sole.

L’unica certezza in tanta confusione erano le comunicazioni della polizia (anche via twitter in 4 lingue) che invitavano tutti a tornare a casa e non uscire per nessun motivo. Nell’aria la minaccia di uno, forse due, tre, attentatori in giro per la città armati di «armi lunghe». Che poi tornare a casa ieri sera è stata un’odissea per tanti. La stazione centrale è stata chiusa ed evacuata, sospesi fino a tarda notte tutti i servizi dei mezzi pubblici, no metropolitane, no tram, no autobus, no treni a breve percorrenza, no taxi (anche se in questa categoria pare ci siano stati non pochi furbetti che hanno approfittato della situazione per fare lauti guadagni). Fiumi di gente che camminava cercando di capire dove si potesse andare. Linee telefoniche sovraccariche, in certi minuti è stato impossibile chiamare ed essere chiamati. Sui canali social di tutto e di più, la paura può dare alla testa alla gente.

Ci si cercava tra italiani: «Dove sei?» «Tutti a casa, voi?», cercando di ricordare che programmi per il fine settimana avessero detto o postato l’amica pisana o gli amici pugliesi. Tutto era vorticoso e confuso. «Richiamati in servizio medici, infermieri, vigili del fuoco e poliziotti», martellavano le breaking news sul piccolo schermo. A rassicurarci sul set del film di guerra in cui ci siamo trovati catapultati solo i continui aggiornamenti via social della polizia che-va detto-anche in termini di comunicazione ha fatto un lavoro magistrale. Il suo portavoce, Marcus Da Gloria Martins, tranquillo anche negli attimi più concitati,non per nulla tra i giovani è diventato una star.

A stemperare la tensione, per fortuna, qualche battuta tra gli amici. Ci vogliono anche quelle. Come il post su Facebook di Roberta Canu, igienista dentale originaria di Cagliari, che ieri per puro caso non si è ritrovata sulla scena dell’attentato: «Ci mancava solo il gatto che miagola disperato davanti alla porta perché vuole uscire per strada...».

Scrivo la mattina di sabato 23. Oggi c’è un clima da day after, si cerca di ritornare alla normalità con fame di verità e chiarezza. In attesa di sapere esattamente come sono andate le cos, e fanno bene al cuore post come quello della stessa Roberta: «Le grida festose dei bambini che giocano, il tram che riprende servizio, qualche pedone che ti sorride... bella, la normalità. Buongiorno, Monaco».

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