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Ue. Via libera alla flessibilità, un tesoretto da usare con cura

Caro Valdis, caro Pierre... Inizia così la lettera che il ministro dell’Economia Padoan ha mandato a Dombrovskis e Moscovici, rispettivamente vicepresidente e responsabile degli Affari economici della Commissione Ue, in risposta alla missiva appena ricevuta (“caro Piercarlo...”), nella quale si dava sostanzialmente il via libera alla flessibilità chiesta dall’Italia sui conti pubblici per quest’anno, chiedendo un ritorno in carreggiata per il 2017. Nello scambio di lettere, c’è tutto un fiorire di “prendiamo atto”, che è la cifra del compromesso raggiunto tra Italia e Commissione europea: loro prendono atto della nostra richiesta, dello stato dei conti non brillante e delle promesse sulle cose da fare; noi prendiamo atto del fatto che loro hanno preso atto, e ci impegniamo a fare meglio in futuro. Intanto, incassiamo i 13 miliardi e mezzo di flessibilità sui conti pubblici: se non ce li avesse concessi, la Ue avrebbe dovuto aprire una procedura di infrazione contro l’Italia.

Sotto i “prendiamo atto”, ci sono tanti non detti. Il Commissario agli Affari economici (francese) non può dire che sarebbe molto difficile infierire sul deficit pubblico italiano - che rimane comunque ben sotto il 3% del Pil - mentre quello francese veleggia sopra quella soglia, fissata nelle sacre tavole di Maastricht in un’epoca storica ed economica incomparabile con quella attuale. Il falco lettone Dombrovskis, dal canto suo, non può nascondere le pecche degli amici dell’asse tedesco, che a loro volta non rispettano i parametri europei per eccesso di avanzo - commerciale, in questo caso. Insomma, ragion politica ed economica portano la Commissione ad attenuare la sua ortodossia sull’austerità, senza però rimetterla in discussione apertamente. Tutto a vantaggio (politico) del governo italiano, che incassa nello stesso giorno l’ok di Bruxelles e un dato non entusiasmante, ma comunque positivo, sul Pil, che secondo l’Istat crescerà quest’anno dell’1,1% (nei documenti ufficiali del governo è stimato all’1,2%). Ma più che Renzi ha vinto Padoan, che sin dall’inizio - forte del suo curriculum internazionale e della sua provenienza “tecnica” - ha avuto nel governo il ruolo di mantenere aperto il dialogo con la tecnostruttura europea, pur rappresentando un governo che ne ha messo timidamente in discussione alcuni diktat.

Così il governo italiano ha un piccolo tesoretto da usare nelle sue manovre, che si unisce all’altro margine di manovra, liberato dalla discesa degli spread grazie alle politiche di Draghi. Oggi come ieri, il problema è nell’economia reale, che pare rispondere pochissimo alle manovre espansive del governo. È vero che queste sono limitate nell’entità, e condizionate dall’ipoteca del futuro: il rigore a cui torneremo, secondo gli impegni presi. Ma è anche vero che se il Pil cresce, nei primi mesi dell’anno, meno di quello degli altri Paesi dell’euro; se gli investimenti - questa la parte più dolente delle previsioni Istat - non accennano a risalire, soprattutto nella loro componente più rilevante per il futuro, ossia quella della ricerca e sviluppo; se, per usare le parole dello stesso premier, “la gente non si accorge” delle manovre espansive fatte con la riduzione del carico fiscale; se tutto questo è vero, qualche motivo ci sarà. Nella sua newsletter il premier ha esagerato, nel dire di aver fatto “il taglio delle tasse più sostanziale della storia”. Ma certo ha dato i famosi 80 euro ai lavoratori dipendenti (tranne quelli più poveri), ha eliminato la tassa sulla prima casa, ha fatto un consistente sconto contributivo per le assunzioni. Forse se “la gente non se n’è accorta” non è colpa dell’informazione o dei gufi di opposizione, ma della stessa natura delle misure: a pioggia, non mirate laddove potevano essere più efficaci, nell’attutire un bisogno o nel rilanciare l’economia. A questo bisognerebbe stare ancora più attenti ora, con il progressivo esaurirsi dei margini di manovra e nell’avvicinarsi di una congiuntura

internazionale che - avverte sempre l’Istat - potrebbe cambiare il quadro in senso peggiorativo. E dunque usare in modo più incisivo, mirato e selettivo le poche risorse che ci sono. Senonché, le promesse che già imperversano in vista delle amministrative vanno in tutt’altra direzione.

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