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Jobs act, i lavoratori degli appalti: «Saremo tutti i più ricattabili»

La riforma del lavoro favorisce l’assunzione di lavoratori qualificati, indispensabili per un’azienda. Eppure è destinata a fallire laddove uno Statuto dei lavoratori sarebbe necessario: nella tutela dei più deboli. Negli appalti si rischia l’eterno ritorno della figura del neoassunto. L’allarme di Maurizio Landini: «Senza Statuto dei lavoratori tra il 1947 al 1968 furono licenziate per motivi di discriminazione politica 548mila persone».

 

Il jobs act e i lavoratori degli appalti

Neoassunti con un decennio di servizio. Arianna lavora da 14 anni nell’appalto delle pulizie dell’Ospedale di Cisanello a Pisa, con un contratto a tempo indeterminato. Si considera una “fortunata”: con un orario full time di 8 ore giornaliere riesce a portare a casa circa mille euro mensili. Un tesoro rispetto a Maria, «bimbetta» di 55 anni, pulitrice all’azienda ospedaliera da circa 13 primavere, ma che con un contratto a tempo parziale di 4 ore guadagna appena 580 euro. «Io per fortuna ho mio marito – racconta – ma ci sono delle colleghe single con contratti di 3-4 ore che prendono tra i 400 e i 500 euro. Per fare gli straordinari c’è la guerra tra poveri. Le colleghe restano in ospedale oltre il loro turno, nella speranza di raccattare qualche ora in più».

Arianna e Maria sono due nomi di fantasia per proteggere l’identità delle lavoratrici più ricattabili: quelle degli appalti. Lavoratrici che, a causa del jobs act, al prossimo cambio di gestione, potrebbero comporre il paradosso più curioso di questa legge: la figura delle neoassunte con alle spalle oltre un decennio di servizio. «Nel 2016 – racconta Arianna – il nostro appalto andrà in scadenza. Se dovesse subentrare una nuova società i nostri diritti saranno rivisti al ribasso». Anche se l’azienda rispettasse la “clausola sociale” – quella che obbliga la società che subentra in un appalto a riassumere i dipendenti della precedente -  presente nel contratto Multiservizi, allo stato attuale, verrebbero ingaggiate con un contratto a tutele crescenti.

Le tutele non cresceranno. Sofia – anche il suo è un nome di fantasia - lavora alla “Scuola Normale”, una delle eccellenze universitarie nostrane.  Nonostante il prestigio, però, l’Università appalta maggior parte dei servizi - come la mensa, le portinerie e le pulizie - a ditte esterne. «Ho un contratto part-time – racconta Sofia – e guadagno circa 700 euro al mese. Mi occupo di più cose: dal portierato alla reception, dalla foresteria all’accoglienza di ospiti protagonisti del mondo culturale italiano. Ma sono inquadrata come operaio semplice». «Sono qui da qualche anno – prosegue Sofia -  e ho già visto due campi d’appalto.  Posso dire che in media si cambia ogni 3 anni». Il tempo, cioè, di guadagnare la minima tutela contro i licenziamenti discriminatori e disciplinari – le briciole dell’articolo 18 già polverizzato dalla cura Fornero - prevista dal jobs act, che immediatamente verrebbe cancellata. Negli appalti il vero rischio è l’eterno ritorno della figura del neoassunto a diritti zero.

«Ricattabili a vita». Sandro Giacomelli è l’unico dei nostri intervistati che può metterci la faccia: è rappresentante sindacale Cobas. Lavora al Polo logistico Piaggio di Pontedera, è addetto al servizio di confezionamento e spedizione dei ricambi, in un subappalto che passa di azienda in azienda e mediamente si rinnova ogni 24-30 mesi. «Lavoriamo spalla a spalla con i dipendenti diretti – racconta – loro svolgono le nostre stesse mansioni, ma guadagnano circa 400 euro in più al mese rispetto a noi». Anche Sandro, nel caso in cui il subappalto fosse assegnato a un’altra società, si ritroverebbe nella condizione di neoassunto a 59 anni. «Se veramente dovesse finire così – commenta – non ci sarebbe più scampo: saremo licenziabili e ricattabili a vita».

Poletti e il regalo alle Coop. Il commento di Federico Giusti dei Cobas lavoro privato è impietoso. «È chiaro che l’obiettivo di questo decreto – spiega il sindacalista -  consiste nell’imporre nei luoghi di lavoro un sistema basato sulla ferocia aziendale più estrema. Il ministro delle Coop Poletti ha fatto un grande regalo al mondo “cosiddetto” cooperativo e alla Confindustria, mettendo in una posizione di gravissima subalternità i lavoratori».

Il jobs act e le startup

Cervello in fuga torna a casa. «Noi sottovalutiamo l’Italia. Secondo me la qualità della vita, all’estero, è di gran lunga inferiore». Gregory Bevilacqua è un ragazzo 29enne che nuota controcorrente: non è un cervello in fuga, ma materia grigia di rientro, sana e salva, dopo aver girovagato per mezza Europa. Il suo viaggio inizia a Corridonia, un paesino di appena 15mila anime incastonato tra le colline maceratesi. «Ho fatto l’Università a Bologna – racconta – poi ho avuto la fortuna di fare un master in management all’estero, diviso tra Francia e Inghilterra: la cosa buona di questo genere di esperienze è che sono un vero ponte verso il mondo del lavoro». Un ponte niente male se, appena chiusi i libri, Gregory ha già pronta la valigia per trasferirsi da Google in Irlanda. «Ho inviato il curriculum perché ero interessato a quella realtà – spiega – poi mi hanno passato al setaccio: non ricordo più se ho superato 6 o 7 colloqui». Qui inizia il suo viaggio: da Google in Polonia raggiunge Dawanda a Berlino, poi fa tappa alla startup di ecommerce Blooming.com a Milano, e infine torna in Germania alla Trivago di Dusseldorf. Dunque, la decisione di rientrare in Italia con Musement, firmando il contratto a tutele crescenti del jobs act. «Ho sempre avuto contratti a tempo indeterminato – spiega Bevilacqua -. Mi ha sedotto Musement, che ha pareggiato la proposta economica che avevo in Germania e che ha dalla sua la qualità della vita e delle persone».

Cervello straniero punta l’Italia. Andrei Boghiu, invece, è un 28enne cresciuto nella piccola città romena di Bacau. «Mio padre mi comprò il mio primo pc nel 1997, quando avevo dieci anni – racconta – e lì sbocciò la mia passione per l’informatica». Intraprendente, si mise in proprio quando era ancora tra i banchi di scuola. «Avviai la mia prima società (NKProds, www.nkprods.com ) – prosegue - quando ero al liceo, mi occupavo di sviluppo di applicazioni software per PC. Ho iniziato per me stesso, poi ho capito che anche altre persone avrebbero potuto trovarle utili: così ho creato un sito web e iniziato a venderle». Poi, nel 2007, il mondo fa crac. E anche il giovane Boghiu, dopo un anno di resistenza deve arrendersi all’evidenza che i guadagni non saranno più quelli di una volta «Nel 2008 le vendite della mia società sono calate a causa della crisi economica, così ho deciso di trovare un lavoro "vero" sfruttando l'esperienza che avevo già maturato. E devo dire che è stato semplice: sono diventato sviluppatore software in una multinazionale americana, la Comodo Security Solutions ». Andrei confessa di aver imparato lì i trucchi del mestiere, ma già nel 2011 si sentiva «annoiato» e si è messo alla ricerca di nuove sfide. «Allora ho cominciato a lavorare per Prezi, in Ungheria, una startup che è stata avviata nel 2009 e ora conta 250 dipendenti e 2 sedi: una a Budapest e una San Francisco». Ma la crescita di Prezi, invece che fermarlo, lo ha spinto a cercare una nuova sfida. Oggi anche lui ha firmato con Musement un contratto a tutele crescenti.

Personale in raddoppiamento. «Diciamo che nei casi di Andrei e Gregory il jobs act non è stato decisivo – racconta Alessandro Petazzi, Ceo di Musement – per loro non ci saranno sgravi fiscali, infatti, erano già occupati a tempo indeterminato». Tuttavia entro maggio l’azienda conta di raddoppiare il suo organico, da 15 a 30 dipendenti. «In questo il jobs act ci ha favorito – prosegue Petazzi -: potremo fare assunzioni che altrimenti avremmo rimandato al 2016. Dal punto di vista lavorativo vogliamo invertire il trend: cerchiamo di attrarre cervelli stranieri e di riportare in Italia quelli che sono fuggiti».

Alessandro Petazzi, Ceo di Musement
Alessandro Petazzi, Ceo di Musement

Jobs Act, Landini: «Senza statuto dei lavoratori tra il ’47 e il ’68, 548mila licenziati».

Andrei Boghiu e Gregory Bevilacqua sono due ragazzi dalle straordinarie competenze. Hanno avuto la possibilità – e la fortuna - di viaggiare e di formarsi nelle migliori scuole. Non hanno neanche 30 anni, ma conoscono i trucchi per determinare il futuro di un’azienda o di un prodotto digitale. Andrei, in particolare, è un piccolo Steve Jobs: fonda una sua compagnia al liceo e poi inizia a sviluppare prodotti, raccogliendo solo le sfide più entusiasmanti. Per la nostra esperienza e per le ricerche che abbiamo fatto, al centro del Jobs – strano che nessuno abbia mai notato la curiosa assonanza - act  ci sono loro: lavoratori indispensabili, valori aggiunti, che stabiliscono il prezzo delle loro prestazioni. Hanno bisogno di tutele “minime” perché sono in posizione di forza rispetto alle aziende: per loro cambiare posto di lavoro non è una tragedia.

Arianna, Maria, Sofia e Sandro sono lavoratori in appalto, lavoratori in affitto in ogni senso. Gente che suda ogni giorno per portare a casa il necessario per vivere. Fanno parte delle fasce cosiddette “deboli”, galleggiano al di sopra della soglia di povertà. Perdere il lavoro per loro, sarebbe una tragedia. Sono sostituibili, dunque ricattabili. Il jobs act li affossa, perché aumenta la loro sostituibilità e dunque la loro ricattabilità. “Senza Statuto dei lavoratori tra il 1947 al 1968 furono licenziate per motivi di discriminazione politica 548mila persone” ha recentemente ricordato Maurizio Landini ad un convegno sul jobs act. Avanzando l’idea che  la “Confindustria” faccia politica “quando porta a casa tutto quello che vuole” e che l’opposizione a questo genere di provvedimenti debba essere giocoforza politica. Le storie di jobs act sono storie politiche per eccellenza. Storie di un mondo del lavoro che cambia inesorabilmente in una direzione precisa, che si fa più “flessibile” e più “smart”, ma al contempo più ingiusto.

Con Renzi la Confindustria ha fatto politica Maurizio Landini lancia la manifestazione Fiom del 28 marzo a Roma al convegno “Contro il Jobs Act, proposte e iniziative per un nuovo statuto dei lavoratori e delle lavoratrici”. Argomenti? Dallo Statuto dei lavoratori all’evasione fiscale, dalla riforma del sindacato ai rapporti tra il governo Renzi e Confindustria. Al centro c’è l’idea della “Coalizione sociale”, che Susanna Camusso aveva criticato. “Nessuna ambiguità – fa sapere Landini - c’era anche la segreteria nazionale alla nostra riunione”. E sul Jobs Act: “Pensiamo a delle forme di referendum abrogativo”.

 

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