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Rapporto di Freedom House: "Diminuisce la libertà della rete"

Rispetto al passato, quando i governi preferivano un approccio 'dietro le quinte' al controllo su Internet, oggi è tutto alla luce

del sole. Come dire che la legge finisce per essere un pretesto appena più raffinato per soffocare dissenso e contenuti “estremisti”. Nonostante lo scandalo del Datagate, Stati Uniti e Gran Bretagna peggiorano solo di pochi punti in tema di sorveglianza digitale di massa. L'Italia all'ottavo posto
Un dato nel nuovo, annuale rapporto di Freedom House sulla libertà in rete non torna. È il punteggio assegnato a Stati Uniti e Gran Bretagna, i Paesi protagonisti dello scandalo Datagate sulla sorveglianza digitale di massa. Per i primi, un peggioramento di soli due punti su un totale di 19; per i cugini britannici, addirittura un risultato invariato.
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Equivale a dire che le rivelazioni prodotte negli ultimi 12 mesi, e anzi da luglio 2013 in poi – data cui si ferma l'edizione precedente – non hanno influito in alcun modo sui diritti degli utenti online. Implausibile, sotto ogni punto di vista: storico, fattuale, perfino interpretativo delle tendenze in atto. Che parlano di una messa in crisi del principio dell'uguaglianza dei bit e di una riforma mancata, negli USA, e di ulteriori poteri da concedere all'intelligence, negli UK.
 
Non che dunque si tratti di mettere questi Paesi al pari di Cina e Iran: è che il bilancio complessivo dello scandalo che ha fatto, e continua a fare discutere il mondo è troppo indulgente. Se si aggiunge che il rapporto di Freedom House esce nelle stesse ore in cui The Intercept rivela che la National Security Agency mira ad “assicurare che virtualmente ogni rete di telefonia mobile al mondo le sia accessibile”, si comprende lo straniamento.
 
Peccato, perché per il resto si tratta di un documento accurato. E dai contenuti allarmanti. Per il quarto anno di fila, si legge, “la libertà della rete è diminuita”; complessivamente, e in 36 dei 65 Paesi studiati. Più di tutti peggiorano Russia, Turchia e Ucraina, ed è comprensibile visto l'attivismo di Vladimir Putin nel reprimere la rete negli ultimi mesi, e il barbaro spegnimento dei social media da parte di Erdogan.
 
Nell'ultimo anno, poi, “sono state incarcerate o perseguite più persone di sempre per le loro attività digitali”. Arresti riguardanti comunicazioni online si sono verificati in 38 paesi, 10 sugli 11 in Medio Oriente e Africa. Detenzioni legali ed extralegali dovute a post sui social media hanno conosciuto un'espansione “senza precedenti”; se ne contano “centinaia” solo in Cina per i post sul Twitter locale, Weibo.
 
Più di tutto spaventa la precisazione, all'inizio. Che c'è una novità rispetto al passato, quando “la maggior parte dei governi preferiva un approccio 'dietro le quinte' al controllo su Internet”: oggi è tutto chiaro, alla luce del sole. Non che dunque alla repressione diretta si preferisca sempre l'intimidazione, l'invito silenzioso all'autocensura pure in crescita; e il monitoraggio sarà pure nascosto ma è concretissimo, quando gli agenti bussano alla porta. È che la legge finisce per essere troppo spesso un pretesto appena più raffinato per soffocare dissenso e contenuti “estremisti”, o in qualche altro vago modo riconducibili al terrorismo.
 
L'Italia viene menzionata una volta, in un non lusinghiero passaggio che la accomuna a Russia, Turchia e alla Tailandia del golpe militare. Riguarda le “degne di nota” misure che hanno consentito alle agenzie governative di “bloccare contenuti senza supervisione giudiziaria e con scarsa o nulla trasparenza”. Si parla, difficile sbagliarsi, del regolamento Agcom sul diritto d'autore. Ma il Paese, nel complesso, se la cava: ottavo in assoluto, pur se tra gli ultimi nel blocco dei paesi Occidentali. E la prospettiva è rosea, se si considera che l'unico Stato al mondo che abbia approvato una carta sui diritti di Internet, il Brasile del 'Marco Civil', ottiene le massime lodi e i migliori punteggi, e che è proprio a un documento analogo che l'Italia sta lavorando. Molto dipende da come si risolveranno le questioni, cruciali, poste dall'Europa: il diritto all'oblio, la neutralità della rete, la conservazione dei dati personali, le tasse ai link, le “Google tax”.
 
Ma l'anno terribile appena trascorso deve farci ricordare che a svettare tra le priorità, per chi abbia a cuore davvero il libero web, è che si domi il mostro della sorveglianza di massa. Freedom House non può fingere di dimenticarne una parte.
 

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