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Erik Fumi, storia e sogni di un fantino che ha abbattuto tutte le barriere

Nel 2011 ebbe un drammatico incidente all’ippodromo e andò in coma. In questi giorni ha corso in una gara. Unico disabile, è arrivato secondo 

GROSSETO. «Lo sport va a cercare la paura per dominarla, la fatica per trionfarne, la difficoltà per vincerla», diceva agli inizi del ’900 Pierre de Coubertin, il fondatore dei giochi olimpici che sognava lo sport come un sublimato di ideali. Forza e talento, amore e amicizia. Lo sport aiuta a mettersi in gioco in senso buono. Stimola competizioni, anche (o soprattutto) con noi stessi.

Lo sa bene Erik Fumi, 30 anni, fantino grossetano che nel 2011 ebbe un drammatico incidente all’ippodromo di Livorno e restò in coma una settimana. Appartenente a un’illustre famiglia di fantini e allenatori che hanno portato alto il nome dell’ippica (il nonno Edo, il padre Tebaldo, lo zio Rolando), Erik dopo l’incidente ha subìto quattro operazioni. Una riabilitazione lunga e difficile, ma lui non ha mai voluto mollare. Never give up: mai arrendersi è il suo motto. Per dimostrare che con la tenacia e lo sport tutto è possibile superando steccati fisici e interiori, Fumi ha partecipato in questi giorni a una gara di Endurance (competizioni di resistenza su percorsi di varia natura e lunghezza) in cui era l’unico disabile: è arrivato secondo.

Fumi durante la gara
Fumi durante la gara


Ci parli di questa gara, Erik.

«Erano 27 chilometri di Endurance, 13/14 all’andata e altrettanti al ritorno: un bellissimo percorso che partiva la mattina presto dall’Ippodromo di Grosseto e percorreva tutto l’argine fino alla Trappola, sia al passo che al trotto che al galoppo. Eravamo in 26 nella mia categoria debuttanti: ero tra i non agonisti. La particolarità è che ero l’unico disabile. Ho voluto partecipare e sfidarmi con tutto me stesso, senza risparmiarmi un secondo».

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Perché sfidarsi?

«Volevo dimostrare a me stesso prima ancora che agli altri che anche se la gara era dura o quasi impossibile ce la potevo fare, che potevo superare tutto: fare una competizione con i “normodotati” è stato faticoso, ricco di difficoltà ma anche pieno di gioia. Ho veramente combattuto fino all’ultimo impiegando tutta la tenacia e la forza di volontà che avevo in corpo. A fine corsa, al momento della premiazione, mi hanno fatto tanti complimenti e mi sono emozionato. Bravissima la ragazza che ha vinto, le faccio i miei complimenti più sinceri. Ringrazio la mia amica, istruttrice e amazzone di Endurance Francesca Gentile, che mi ha fatto provare l’Endurance. Una specialità che mi ha regalato adrenalina e mi ha infuso di nuovo una grande carica e voglia di competere, proprio come quella che avevo in passato con le corse al galoppo. Io ho sempre in mente una riflessione: quando qualcuno mi dice che una cosa non si può fare, questo è un riflesso dei suoi limiti, non dei nostri. . ».

Cosa intende?

«In questi anni, dopo l’incidente, mi sono sentito dire più volte: “Sei un fallito, sei un disabile”...»

Com’è possibile? Chi?

«C’è tanta cattiveria in giro, non solo nell’ippica. Il mondo è strano. Dopo il coma ho avuto 4 operazioni, due al braccio sinistro e due alla gamba sinistra. Tutti i giorni dal 2011 faccio riabilitazione. Sono già 7 anni e continuo. Mi impegno tantissimo e non è finita, la strada è lunga ma continuerò a percorrerla. La mano sinistra riesco a stringerla, ma se lei prova a darmi la mano (me la porge, ndr), come vede non riesco a riaprirla. Ho ancora problemi a camminare. Ecco, in tutto questo tempo ci sono stato male, ho sofferto. È stata dura, ma alla fine ho sempre continuato a lottare senza abbattermi. Anche quando le situazioni sembrano disperate, il credo che si debba combattere, per noi stessi. Ecco perché ho partecipato a questa gara. Competere con le persone “normali”, i normodotati che non hanno problemi fisici, equivaleva per me a mettermi alla prova e a darmi la giusta carica, per dimostrare proprio a me stesso (più che agli altri) chi sono davvero io, e cosa riesco a fare. Alla fine non ho vinto, è vero, ma sono arrivato secondo che equivale per me a un grande risultato».

Vuol lanciare un messaggio a qualcuno?

«Spero che questi successi convincano qualche ragazzo come me a uscire di casa e a riprendere a vivere grazie allo sport. La vita è sempre degna di essere vissuta e lo sport dà possibilità straordinarie per migliorare il proprio quotidiano e ritrovare le proprie motivazioni. Quindi, alla fine, ringrazio non solo chi mi ha aiutato, ma anche chi mi ha detto che sono un fallito e un disabile, perché proprio lui (loro) mi ha dato la forza per reagire e fortificarmi».

Il padre di Erik,Tebaldo, si prende...
Il padre di Erik,Tebaldo, si prende cura del cavallo


Lei dedica questa corsa a un fantino, vero?

«Sì, la dedico a un mio carissimo amico che purtroppo non c’è più, si chiamava Antonio Columbu: è stato una colonna portante della mia vita. Gli volevo molto bene, e lui ne voleva tanto a me. È stato lui a incamminarmi in questa straordinaria avventura dell’ippica. Si era trasferito in Maremma dalla Sardegna, mi avviò lui alle corse al galoppo. Nel novembre 2011 ho avuto l’incidente e dopo il coma sono uscito dall’ospedale. Una sera andai al Casalone e salutai Antonio. C’erano le gare. “Ciao - gli dissi - dopo beviamo qualcosa insieme”. Poi seppi che c’era stato un incidente. Lui aveva preso il calcio di un cavallo nel petto, aveva 39 anni. È morto. Questa storia mi ha segnato: dedico questa mia gara con tutto il cuore a lui, a tutto quello che mi ha insegnato, al profondo amore per i cavalli che ci ha uniti».

Il drammatico incidente del 2011...
Il drammatico incidente del 2011 all'ippodromo di Livorno


Il Casalone è chiuso: non ospita più le corse al galoppo. Le fa male?

«Mi fa molto male. Hanno smantellato la sala fantini e l’hanno portata a Follonica, all’ippodromo dei Pini. Hanno tolto gli steccati alla pista. Le sedute sono sporche. C’è un’aria di abbandono e desolazione. Aprono il Casalone solo per eventi eccezionali come l’Endurance. Dispiace vedere l’ippica ridotta così. Grosseto è diventata una città vecchia. Veder l’ippica che muore è un dolore immenso e spero che riesca a rinascere con tutti i valori che si porta con sé». 




 

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