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Vent’anni fa il trapianto di cuore. «Oggi festeggio una vita riconquistata»

Rosita Ragnini aveva 42 anni quando s’è ammalata. «Il ragazzo che me l’ha donato lo porto sempre con me»

MARSILIANA (GR). Rosita apre la porta della sua casa di Marsiliana (Manciano) timorosa. Non è abituata a parlare di sé e della sua storia che l’ha vista a un passo dalla morte e poi tornare a vivere più di una volta. Per Rosita Ragnini, nata il 25 ottobre 1943, oggi è un giorno speciale. Il 28 agosto del 1998 il suo cuore malato di una cardiopatia dilatativa venne sostituito con un cuore nuovo che la riportò alla vita. Oggi, per Rosita, è una sorta di compleanno speciale: sono 20 anni dal suo trapianto di cuore. Le sue mani tremano all’idea di raccontare pubblicamente una parte della sua vita in cui ogni attimo è impresso nella mente in maniera indelebile. Date, giorni, ore. Rosita ricorda tutto.

Inizia a raccontare con gli occhi che si velano di commozione al ricordo di tanta sofferenza, dolore e preoccupazione. «Quando mi sono ammalata avevo 42 anni, – dice – e nel 1986, quando mi dissero che l’unica strada da percorrere era il trapianto, fu una vera batosta. Nessuno di noi si aspettava che quei sintomi comparsi un po’ alla volta nella mia vita quotidiana, sfociati poi in una brutta influenza che non passava mai, potessero essere il segno di quella malattia».

Rosita Ragnini con il marito Emilio...
Rosita Ragnini con il marito Emilio Fontana


Per il marito, Emilio Fontana, e per i due figli, Walter e Giulio, fu una vera doccia fredda. «I trapianti si facevano solo a Pavia – dice –. Andavano bene gli interventi ma poi il paziente magari moriva perché non c’era la terapia antirigetto». Il marito non l’ha mai abbandonata; entrava in ospedale anche quando non era permesso pur di starle vicino.

Nei giorni scorsi Rosita non è stata bene. Vive però la vita giorno per giorno avendo imparato che ogni attimo che vive è guadagnato. È un regalo.

«Per 12 anni – racconta – la mia vita non è stata facile. Mi avevano consigliato di tenere più che potevo il mio cuore, anche se malato. Così è stato. Dipendevo però dagli altri e non potevo fare nulla. Medicine su medicine, ricoveri pur di tenere quel cuore il più a lungo possibile». Anni di lacrime, tante lacrime.

Allo scadere del dodicesimo anno però il cuore di Rosita disse stop. Era arrivato il momento del trapianto. Quel momento atteso e temuto allo stesso tempo. Quel passo di cui gli psicologi le avevano parlato quando lei lo rifiutava pensando che la sua vita sarebbe stata legata alla morte di un’altra persona. Senza un cuore nuovo, però, durante l’ennesimo ricovero a Siena, Rosita sarebbe morta. «Non c’era più la forza per dire no – dice Rosita – stavo davvero male». Quella sera iniziò la sua seconda vita.

Rosita Ragnini, 73 anni, nella sua...
Rosita Ragnini, 73 anni, nella sua casa di Marsiliana


«Mi portarono di corsa in sala operatoria – dice – passando per un corridoio dove c’erano i miei figli e mio marito. Una delle due infermiere disse all’altra di fermarsi per farmi salutare i parenti. L’altra disse di correre. Io allora mi voltai e vidi mio figlio Giulio con gli occhi pieni di lacrime. Un’immagine che non dimenticherò mai».

Quel cuore nuovo che sostituì il suo, ormai diventato una «ciabatta» – come dissero i medici dopo l’intervento – arrivò da un ragazzo di 23 anni morto in un incidente stradale. Rosita ne ebbe la conferma in un ritaglio di giornale che conserva gelosamente. «Non ho mai pensato di cercare i genitori – spiega – perché ci dissero che se chi dona vuol conoscere a chi è andato l’organo trova il modo di farlo. Non mi hanno mai cercata e io per rispetto non l’ho fatto, ma quel ragazzo è sempre con me».

Rosita ha vissuto la sua vita affrontando una crisi di rigetto dopo 10 anni, un infarto e tante altri piccoli, grandi acciacchi. Ma è ancora qui a testimoniare quanto sia importante la donazione. «Ringrazio tutti i medici di Siena e quelli che mi hanno assistita nel tempo, e tutta la mia famiglia, marito, figli e nuore e nipoti. Sono stati tutti meravigliosi».
 

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