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Spiaggia libera o attrezzata? Lo scontro si accende tra Legambiente e balneari

L’associazione ambientalista accusa: «Troppe attività e tanta speculazione»  La replica: «Da noi tanti arenili senza bagnetti, ma siamo abituati agli attacchi»

RISPESCIA. «Gli stabilimenti balneari sconfiggono la spiaggia libera», tuona Legambiente dalla sua festa a Rispescia, puntando il dito – tra le altre – contro la Maremma. L’allarme dell’associazione ambientalista consiste, in poche parole, nel fatto che gli ombrelloni dei privati occupano la gran parte del litorale, lasciando poco o nulla agli amanti della spiaggia “free”. Privati che poi speculano non poco nella differenza tra il canone di concessione e il prezzo fatto al cliente.

Ma la versione dei diretti interessati è ben diversa, basata sul fatto che nel Grossetano i tratti renosi aperti a tutti ci sono eccome.

«Possiamo dire tutto, ma non che nella nostra zona manchino le spiagge libere – dice Alessandro Beri, presidente dell’associazione balneari di Grosseto – In molte zone sono pure davanti i centri abitati».

La discussione è nata dopo che ieri, in seno a FestAmbiente, è stato presentato un dossier dal titolo “Le spiagge sono di tutte”, stilato per denunciare, spiega Legambiente, «il fenomeno della privatizzazione delle coste, delle concessioni senza controlli e dei canoni bassissimi a fronte di guadagni enormi per gli stabilimenti e di un misero introito per lo Stato».

Il dossier offre anche dei dati: «ogni regione si regola come crede: Puglia e Sardegna le più virtuose con il 60 per cento degli arenili riservati alla libera fruizione, maglia nera per la Toscana che non si è data alcuna regola».

Ed è qui che l’associazione tira in ballo la Maremma. «L’alternativa alla spiaggia libera è quella in concessione – continua la nota – Sulla costa maremmana dove a Punta Ala, l’Alleluja paga 5.230 euro per 2.420 metri e il Gymnasium 1.210 euro per 2.136 metri. Ma chi frequenta le spiagge italiane sa bene che se si vuole usufruire degli stabilimenti balneari il costo di una giornata al mare, tra sdraio, ombrellone e parcheggio, è spesso tutt’altro che popolare».

Ci sono degli aspetti non secondari però che sembrano smontare questa lettura. Partendo proprio da Punta Ala.

«Innanzitutto, c’è da dire che gli stabilimenti qua hanno in concessione soltanto l’arenile, mentre le strutture (bar, cabine, servizi igienici e così via) sono realizzati su proprietà privata», spiega Andrea Bindi, della Confesercenti di Castiglione della Pescaia. «Tra l’altro paghiamo la concessione su un litorale fortemente provato dall’erosione: su 1.000 metri pagati ce ne restano 400».

Ma soprattutto, non manca la spiaggia libera. «Solo a Punta Ala c’è un tratto almeno di quattro chilometri».

Un esempio che si rincorre, ricordano i balneari, lungo tutto i cento chilometri di litorale maremmano, da Follonica a Capalbio, dove si alternano tratti davanti i centri abitati fino ai grandi spazi, come l’Alberese, le Cale scarlinesi, la Feniglia e così via.

«È un attacco alla categoria, ma ci siamo abituati», sorride amaro Beri. «A Marina di Grosseto ci sono spiagge libere anche tra gli stabilimenti, ma sono comunque meno frequentate. Oggi (ieri) ad esempio c’erano al massimo venti ombrelli».

Segnale

che alla fine il servizio non è poi così disprezzato. «Serve alla crescita, basta che non deturpi la natura», dice Bindi. «Noi come categoria siamo i primi a denunciare gli scempi, ma nella nostra zona, rispetto a molte altre in Italia, la situazione è molto positiva». —
 

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